Mors tua, Vita mea

L’umanita’ e’ divisa a meta’ tra chi ha perso un genitore amato e chi no.

Il cordone ombelicale e’ spezzato per sempre, ed improvvisamente si e’ soli. E’ l’irreversibilita’ a far rabbia, e la prima vera presa di coscienza che l’immortalita’ non esiste neanche per chi ci ha creato. Dio non puo’ morire, e neanche chi amiamo – questa illusione cade ineluttabilmente. E cambia tutto, nel bene e anche nel male.

Nel male, perche’ si diventa più cinici e disincantati, perche’ sara’ più difficile credere nei sogni e sperare che le cose cambino in meglio, perche’ si sara’ perennemente incazzati col mondo, e ci sara’ sempre un pizzico d’invidia per chi non ha subito questa perdita (e magari, si permette di lamentarsi del genitore davanti a voi).

Nel bene, perche’ la vita diventa tutta in discesa: niente potra’ essere grave quanto questo episodio. Perche’ prendi tutto definitivamente su di te: la morte e’ il miglior incentivo all’esistenza. Perche’ la tua stessa morte fa meno paura. Perche’ sai di non potercela fare più da solo, e finiscono i rampanti anni 80 dell’ego, dove si e’ tutto io io io io. Inizia la ricerca dell’altro per la prima volta da quando si e’ nati.

Quando muore un genitore, muore anche un figlio ma nasce un uomo o una donna. E’ parte del processo vitale, perche la vita e’ una lunga malattia verso la morte. Esiste un solo grande antidoto: l’ironia.

Pensare al proprio genitore che ride della nostra mortale sofferenza, una risata benevola, protettiva, quella che ci dovra’ accompagnare per tutta la vita. Altrimenti si rischia di morire da vivi per ogni giorno che rimanga su questo pianeta.

Una risata NON li seppellira’. Mai.

Ps questo post lo dedico ad una collega, ad un’amica e ad una donna speciale. Ti sono vicino con tutto il mio cuore. Tutto.

4 Risposte

  1. Bravo!

  2. Per i buddisti tibetani è estremamente importante stabilire un rapporto con la persona che sta
    morendo, dirle che a quel punto, la morte non è un mito ma sta veramente accadendo. Per questa
    civiltà la dimostrazione dell’affetto al morente e la vicinanza e il conforto costanti , è la più bella
    dimostrazione di amicizia e di comunicazione e offre , a chi sta morendo, ricchissima ispirazione.
    Nella cultura tibetana la gente non trova che la morte sia un fenomeno particolarmente angoscioso
    e penoso. Da noi in Occidente, invece, risulta estremamente difficile anche solo parlare della morte
    per non dire del porsi in relazione con essa. Nessuno ci dice la verità definitiva.Che quasi nessuno
    sia disponibile ad aiutare lo stato psicologico di chi sta per morire è un rifiuto terribile, un
    fondamentale rifiuto d’amore.
    E puoi perdere anche tutti e due i genitori amatissimi 🙂

  3. Maggie,
    lo so: io personalmente vivo la morte dei genitori come un’angoscia assoluta. La mia morte invece non mi ha mai fatto paura.

    I tibetani sono molto saggi, ma permittimi di non credere che siano davvero sereni quando si trovano ad affrontare la situazione reale. Non ci credo. Perchè parliamo di sentimenti umani, e non legati alle culture.

    Però non ho prove empiriche al riguardo 😀

  4. ho perso mia madre e mio padre nel giro di tre anni.
    Ho provato il dolore più grande della mia vita, e non passa davvero mai (anche se il tempo aiuta, aiuta sempre con i lutti).
    Quello che dico è che l’assistenza e il conforto alla persona che sta morendo è importante, più della nostra angoscia e dolore. Questo “viaggio” insieme può essere straordinario e arrichirci di un’esperienza umana, molto troppo umana, che è una delle più alte.
    Ma non c’è solo angoscie e dolore, io ho condiviso anche infinita tenerezza e amore e anche momenti buffi, tra ospedali e cure (la malattia è grottesca).
    La morte è l’altro capo della nascita. Nascere è anche più violento che morire.
    Parlare e condividere è già molto.

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