Santanchè SantaSubito!

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Nel caso della Santache’, mai nomen e’ stato più omen.

Giorni fa,  ha protestato contro il burqa durante una celebrazione religiosa islamica. Alcuni l’avrebbero aggredita e costretta alla fuga: nessun testimone. E’ dura la vita di un ex parlamentare, ex briatorina d’oro, ex destroide: te le suonano e non hai neanche le telecamere a celebrarlo. Singolare e’ l’immagine che emerge dai pochi frame rubati da una tv araba: nessuna violenza, eppure la Santanche’ piange senza mai togliere i suoi occhialoni da sole Dior. Martire, ma con stile – Gesu’ indossava un sayo Armani mentre lo crocifiggevano, si sa.

Che sia vero o meno, e’ il merito da discutere: cosa accadrebbe se un islamico entrasse a San Pietro tuonando contro l’impossibilita’ delle donne di far Messa? Perchè la Santanchè sente l’esigenza irrefrenabile di occidentalizzare l’Islam quando lo stesso Occidente manca delle strutture di cui tanto si fa vanto? Perchè disturbare la quiete di una funzione religione autorizzata con un attacco fazioso alla libertà di culto? Perchè Il Giornale di Feltri da per scontato che sia stata aggredita senza averne alcuna prova se non la testimonianza della stessa Santanchè?

In Francia, il burqa è illegale, ma la faccenda è controversa. Un crocifisso in una classe è giusto che sia rimosso, sia per nullità di significato per i credenti (non è di certo a scuola che devono pensare al Cristo) sia per par condicio per i non credenti. Ma il burqa è un indumento come altri. Se una donna sente l’esigenza di portarlo, DEVE continuare a portarlo. Quello che dovrebbe distinguere uno Stato teocratico da uno laico è il ricercare e difendere le nuove libertà e non il tentare di sopprimerne.

La Santanchè, o Santa Che (guevara de noialtri), esprime una modernità vedo-non vedo. A volte c’è, a volte sparisce; a volte ne è la vestale, a volte ne è la spina nel fianco. Una contraddizione frutto della sua stessa condizione: lei, donna, a capo di un movimento fascistoide necessita costantemente di mostrare le palle ai suoi colleghi testosteronici.

Noi, che invece le palle le abbiamo piene, siamo stanchi di assistere agli show di questi Duce in versione Inserto di Donna Moderna. Ma tornassero nel dimenticatoio storico dove li avevamo imbalsamati per mezzo secolo.

E che Dio, Allah o McDonald’s li benedicano tutti. Una volta per tutte.

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L’Orso Brunetta

E così ci siamo persi anche Renato.

Ad un congresso del pdl a Cortina d’Ampezzo, il mini-ministro ha tuonato dall’alto del suo metro e trenta contro l’elite “di merda” della sinistra, alla quale augura vivacemente di andare a “morire ammazzata”. Singolare il pulpito da cui ha deciso di mandare il messaggio al “suo popolo”: la comunissima e poverissima Cortina. Dove, si sa, è pieno di operai.

Il delirio populista – come lo chiama Serra da Repubblica – ha assunto tinte molto più definite di recente. Ormai non parlano solo per investitura popolare plebiscitaria, ma per autoreferenzialità onanistica. Loro si masturbano su sedicenti sondaggi di popolarità al 70%, e da lì ci costruiscono discorsi di sovranità Supposta. Nel senso del medicinale.

Perchè il loro regno è fatto di inculate alla gente, di inculate tra di loro, di inculate agli immigrati, di inculate ai “culattoni”, di inculate a qualsiasi essere vivente si presti ad essere inculato. Ed è così che si va avanti in un’orgia di offese, autoflagellazioni e deflagrazioni verbali senza precedenti.

E così nascono i capri espiatori du jour. La crisi? Colpa dei cinesi! La disoccupazione? Colpa degl’immigrati! La libertà di stampa? Colpa dell’elite di merda di sinistra!

Loro non hanno responsabilità, loro non hanno tempo da perdere per attribuirsela. Loro sono la “destra del fare”. Del fare cazzate. E noi siamo il popolo del ricevere. Tanto cazzo in culo, ogni giorno.

Questo Paese è un rapporto omosessuale: il governo fa l’attivo, ed i cittadini sono tutti passivi.

Scusate, ma ora ho da fare: devo andare a morire ammazzato.

Eccome se funziona! – Recensione dell’ultimo film di Allen

Woody Allen e’ tornato! E per farlo, ha chiamato in aiuto Pirandello, Schopenhauer, Leopardi, Hollywood, Einstein e il Jazz. In un tripudio di cultura, non-sense, banalita’, happy ending, risate e autoreferenzialita’, Allen prende in giro se stesso, o l’immagine che gli altri hanno di lui, attraverso una commedia deliziosa e sarcastica al punto giusto.

Lo stesso protagonista pare la versione incupita e cinica del regista. E’ un uomo che difende strenuamente la teoria del caso come unico motore della vita, ma la cui esistenza paradossalmente si risolve nella prevedibilita’ più disarmante. Un dramma per chi invece si vede come l’ultimo dei pessimisti co(s)mici di Manhattan.

L’abbattimento della quinta scenica, con un protagonista che parla direttamente agli spettatori, non e’ una trovata nuova al cinema. Pero’ Allen la rende funzionale alla folle lucidita’ del protagonista, consapevole che siamo tutti attori dell’enorme commedia che e’ la vita.

Di fatti, lo scontro tra cittadini e campagnoli, tra religione ed ateismo e tra l’universo variegato di dualismi della societa’ sono il pretesto per parlare dell’unico grande trucco per godersela: afferrare l’attimo. Tutto e’ lecito, tutto e’ felicita’: basta che funzioni. E non importa quanto ci si sia sempre arroccati in posizioni sociali, culturali o addirittura sessuali; panta rei – e tanto vale farlo con il sorriso.

Dopo Vicky Cristina Barcelona, credevamo di averti perso ed invece ci hai sorpreso tutti.

Bentornato Woody, bentornata Commedia!

Bastardo con tanta Gloria – La recensione

Ieri ho visto in anteprima l’ultimo lavoro di Quentin Tarantino, Bastardi Senza Gloria, in uscita in Italia il prossimo 2 ottobre. Senza mezzi termini: è un CAPOLAVORO.

Sono riprese tutte le tematiche care al regista (la vendetta, i b-movies, la divisione in capitoli, i sottotitoli, l’ironia, i metadialoghi, le colonne sonore distoniche rispetto alle scene…), ma con una marcia in più. E’ un Tarantino che parla di Tarantino e di cinema e di storia con uno spessore ed una maturità incredibilmente accresciuta rispetto ai film precedenti. La versione originale è multilingue: italiano, inglese, americano, tedesco e francese, e la trama entra a far parte delle migliori “what-if” stories di tutti i tempi.

Gli attori (tutti, nessuno escluso) sono perfetti, naturali nelle loro parti, decisamente credibili e mai stonati. La fotografia è nitida, molto evocativa e non ci sono mai “rotture” tra una scena e l’altra – sembra si scorra un annuario colorato di Life versione splatter. Senza mai e poi mai cadere nel posticcio e nel ridicolo.

Un enorme BRAVO a Tarantino – che ogni volta sa come non deluderci.

Consiglio vivamente a tutti di andarlo a vedere. Sono due ore assolutamente godibili.

Il Cavaliere ha fatto 13

L’onore ed il rispetto battono Berlusconi.

No, non siamo diventati un paese civile, perche’ “Onore e rispetto” e’ una fiction e non dei valori presenti nella politica italiana. Ed e’ una fiction che ha battuto Berlusconi nell’arena televisiva che contrapponeva un disgustoso monologo del premier (imbastito ad arte dal gran giullare di Sua Maesta’ Vespa) ad una fiction sulla rete principale del Premier stesso.

Raccogliere solo il 13% di share in prima serata per Porta a Porta e’ un flop enorme, perche’ si attesta di 4 punti sotto la sua media di prima serata e di ben 7 punti sotto la media di rete. Pare sia stato Vespa ad insistere per il prime time, perche’ Berlusconi preferiva di gran lunga la seconda serata. Ed ora il direttore della Rai Masi e’ nei guai, forse sara’ commissionato, non si sa.

Il premier migliore “da 150 anni“, il grande comunicatore, l’uomo della tv e del 30% alle elezioni non e’ abituato a perdere: e’ andato su tutte le furie. Ma perche’ ha perso?

E’ una semplice ragione di target: in prima serata c’e’ un pubblico più generalista, mentre in seconda e’ più specifico e colto. Gli argomenti trattati (il terremoto era un pretesto: la liberta’ di stampa era l’argomento principale) non erano adatti ad un audience abituata al delitto di Cogne, alla Sai l’ultima e a fiction melliflue e strappalacrime. Ed e’ per questa ragione che il Premier voleva la seconda serata.

Hegel diceva che ogni epoca storica cova in se’ il suo opposto, che un giorno prendera’ il sopravvento. Berlusconi non e’ di certo al tramonto, ma e’ ironico che si faccia battere da se stesso, dalla sua creatura commerciale.

Chi di conflitto d’interessi ferisce, magari un giorno ci perisce pure…e speriamo che avvenga presto. Perche’ tanto se aspettiamo l’opposizione, stiamo freschi.

Sciopero, Show-pero e Shock-pero

L’ultimo grande caso di ripensamento aziendale e’ quello avvenuto ieri in France Telecom. La compagnia ha fermato i licenziamenti di massa a seguito della catena di suicidi (23, oltre a 11 tentativi falliti) messa in moto della ristrutturazione organizzativa. Ma anche in Italia, negli ultimi mesi abbiamo assistito a scioperi meno drammatici  ma decisamente spettacolari: quelli del Colosseo sono stati i primi a usare l’effetto sorpresa per guadagnare le prime pagine della stampa.

Lo sciopero diventa show-pero e, nei casi estremi, shock-pero. Perche’?

1) Nella societa’ mediatica esisti solo se appari in TV. Ne consegue che chi protesta deve saltare agli onori della cronaca per esistere ed ottenere risultati.

2) Il sistema mediatico non si occupa di ordinario, ma di straordinario. Ed uno sciopero classico non fa audience.

3) Il lavoro, ovvero l’offerta di tempo e capacita’ in cambio di un ricompenso economico, non ha dignita’ in quanto tale. L’acquisisce solo se e’ pubblicitariamente appetibile.

In questo scenario, e’ chiaro capire quanto sia necessario una revisione del sistema dei sindacati, del loro rapporto perso con i lavoratori, della concertazione sociale. Ma emerge anche l’assenza totale del lavoratore in politica. Tutti lo sventolano, ma nessuno lo tutela davvero. Chi lo dovrebbe fare, e’ troppo occupato nella logica delle primarie permanenti: i lavoratori diventano pane per riempire le loro bocche, ma non bocche da ascoltare.

Così il lavoratore del futuro potrà protestare solo se sponsorizzato e brandizzato. Ma per ora, non gli rimane che uccidersi, occupare monumenti o trasformarsi in attore: SIAMO TUTTI OPERAI DELLO SHARE. Ma nessuno sembra curarsene: meglio passare ai consigli per gli acquisti.

Stampiamoci il sorriso

L’Italia padano-berlusconiana e’ ormai una nazione triste, di inebetiti catodici, di bavosi maniaci sessuali, di xenofobi vigliacchi, di politici-secrezioni-intestinali, di giornalisti imbavagliati dallo stipendio. Vedendoci dall’estero (vi consiglio nuovamente il film Videocracy), siamo un paese di morti viventi. Ma nessuna alba è all’orizzonte, come nei film di Romero. Perchè quello che ci manca è evidente: il sorriso. Sorridere e’ passato in secondo piano nella societa’ dell’invidia al plasma e dell’individualismo pubblicitario.

Chaplin diceva: “Un giorno senza sorriso e’ un giorno da buttare”. Vero, e noi italiani dovremo buttare al compostaggio gli ultimi 15 anni della nostra storia. Non hanno di certo aiutato una sinistra che diventa La Cosa (nostra?), una destra che diventa pecoreccia e (grana) padana, ed un centro demagocico-cristiano. Ed il sorriso reale ed autentico della gente e’ stato rimpiazzato dalla smorfia al botulino e dalla paresi facciale del nostro Premier.

Quando si fanno operazioni di lifting al volto, il paziente firma una liberatoria dove si dichiara consapevole di poter perdere la “capacita’ di registrare emozioni con il volto”. L’Italia quella capacita’ l’ha ormai persa: l’immensa operazione di lifting che è stata la Seconda Repubblica è visibilmente fallita.

La libertà di stampa e di espressione e la satira sono l’unico antidoto alla tristezza che pervade il Bel Paese (nomen omen: siamo forse tutti formaggi stagionati?). Eppure la si vuole abbattere, distruggere, annientare in nome del sorriso di plastica imperante e del pensiero unico della triade tette/culi/emilio fede. E allora diciamo no: scendiamo in piazza il 19 settembre, a Roma.

La manifestazione per la liberta’ di stampa e’ l’ultima grande occasione per riprenderci il sorriso che ci hanno tolto.

VENITE IN TANTI.

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