Man(a)ger

Oggi ero in aereo per un viaggio di lavoro. Mi hanno chiesto di compilare un form di customer satisfaction, ed ho accettato di buon grado – nonostante odi che si usi questa parola: mi sento soddisfatto per una ricca lasagna o una sana scopata, ma mica per un volo!

Mi fa riflettere la prima domanda: Che lavoro fai? Barro la casella “IMPIEGATO/INSEGNANTE”, ma subito penso ad un episodio di ieri. Una collega mi dice con tono sprezzante: “Tu sei MANAGER, devi sacrificare la tua vita privata se vuoi fare carriera”. Era una risposta piccata al mio: “Cerco sempre di andare via nell’orario giusto per godermi la vita privata”.

Il mito sadomasochista del lavoro come dolore cilicico lo devono aver inculcato quelli dell’Opus Dei in Italia. Siamo l’unico paese dove i cosidetti “manager” sentono che e’ parte della loro job description il martellarsi i coglioni con veemenza, ma sempre e rigorosamente con il sorriso botulinico in faccia.

Perche’ succede questo solo da noi? Citavo l’Opus Dei non a caso. Il sillogismo e’ il seguente:

Premessa 1: le cose belle della vita le devi scontare con il sangue (morale cattolica).
Premessa 2: essere manager, e non semplice impiegato delle poste, e’ bello, cool.
Conclusione: Per essere manager, devi mori’ de lavoro, brutto coglione.

Non smontero’ la prima premessa, perche’ ci hanno gia’ pensato Nietzsche e Freud. Mi occupo della seconda assunzione, e soprattutto, della presunta diseguaglianza tra un “manager” ed un “impiegato”. Presunta, perche’, miei cari carrieristi, e’ totalmente inesistente, e’ solo vostro fucking dream mentale. Siete assunti e stipendiati da un’azienda entrambi; e non siete geniali imprenditori alla Steve Jobs, ma portatori sani (con Master) di badge aziendali. Punto!

Ed ora respirate, prendete il vostro Prozac quotidiano e ripetete: SONO UN FOTTUTO e SEMPLICE IMPIEGATO! Ecco cosi’, bravi. Ripetetelo più volte al giorno, quando avete la sensazione che ogni vostro minimo gesto stia per salvare il mondo. Con la pratica, imparerete nell’ordine: che esiste ancora il sole fuori l’ufficio, che la gente riesce ad essere felice anche senza un grafico davanti, che vostra moglie o marito vi tradisce con qualsiasi cosa occupi volume nell’universo e poi, alla fine, che non vale mai la pena distruggersi la vita per una busta paga.

Un lavoro serve per mangiare, e non per farsene mangiare. Ricordatevelo.

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