Ma chi me lo fa fare?

Penso proprio di tornare all’estero. E non perché il Paese non se la passa bene economicamente. Lo potrei sopportare. Devo andarmene, perché qui io non ho futuro, mi è negato. Certo, se la mia priorità nella vita fosse la carriera, nessun problema. Ma siccome il mio primo valore è la famiglia (quella che mi creo, e non quella di nascita), quì che ci sto a fare? A volte mi sento un rivoluzionario a dire certe cose, ma voglio un figlio, un compagno, una vita straordinariamente ordinaria. Ed invece, no. Perché all’inadeguatezza di uno Stato che non mi riconosce i diritti fondamentali si aggiunge una comunità glbt decisamente devastata. Qui a Roma la gente vive vite senza senso, esagerate, nessuno si ferma ad ascoltare, non sanno cosa vogliono. Gli uomini li vedi col binocolo, e quando pensi di averlo trovato, è l’ennesimo coglione senza palle (una contraddizione semantica).

Questo sregolatezza dipende dalla mancanza di un modello sociale condiviso, diciamolo, i gay qui faticano ad imborghesirsi e a vivere vite normali. Tutte ste cazzo di tavolate di finti amici che si scopano gli uni con gli altri, tutti cloni gli uni degli altri, a scambiarsi dispetti da 13enni dementi. No, non ci sto. Non è per questo che mi è stata data una vita. Non per finire i miei giorni in un ghetto morale, che è ancor più agghiacciante di uno fisico. Roma è una città immensa, eppure umanamente è evoluta quanto un paesino di 10 anime. Gossip, moralismo, ipocrisia, e poche sfide allo status quo. Un città di pecore, in una scenografia mozzafiato.

Non ci voglio più rimanere qui, davvero.

Scusate lo sfogo, ma davvero sto toccando il fondo.

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L’utente selezionato non è disponibile

Utenza. Selezione. Disponibilità. Esploriamo questi concetti, e come si legano.

Utenza. Ormai non siamo più umani, siamo solo semplici utenti. Di questo servizio, di questo Stato, di questa religione, di questo bene. Non abbiamo più la benché minima parvenza di esseri umani. L’umanità implica contatto e sentimenti. Che sono le cose più gratuite che ci possano essere. Ma ormai se non c’è scambio, baratto, neanche ci impelaghiamo in una nuova avventura. Consumiamo relazioni come i minuti del traffico incluso nella flat del celluare. Non vediamo oltre il packaging dell’altro. Non amiamo, semplicemente ci usiamo.

Selezione. In un mondo disumano, improntanto all’utenza, l’unica azione che ci definisce è la scelta. Se entri in un supermercato, non provi sentimenti, non esprimi opinioni, non piangi, non ridi, semplicemente selezioni dallo scaffale il barattolo più attraente. Questa presunta libertà è una schiavitù, perché non possiamo esimerci dall’esercitarla. Seleziono, quindi sono. Ed in questa grande illusione di essere divinità, ci perdiamo nella massa che ci da tanto conforto.

Disponibilità. La merce che siamo costretti a scegliere deve essere disponibile, pronta all’uso. E se non c’è, passiamo al prodotto della concorrenza. Non esiste attesa (Godot?), non esiste il desiderio procrastinato, non esiste il piacere ritardato. Ma la rivoluzione sta nel non rendersi disponibile, in questo modo diventi merce più pregiata. In un insensato gioco in cui chi insegue ha già perso, ma pure chi scappa rimane con un pugno di mosche.

No, non mi piace questo mondo in cui ci stiamo tutti infognando. Non mi piace affatto. La cosa peggiore è che non posso fare a meno di viverci. Non posso allontanarmi. E devo sopportare ogni giorno la visione di noi povere scimmie, illuse di esserci evolute, ormai ridotte a bollette della luce.

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