Pacco d’anno

Da anni, mi sono chiamato fuori da diversi obblighi familiari. Tra quelli che amo di più ignorare c’è il celebrare le feste comandate. La goduria di vedere tutti in affanno per preparasi a questi eventi ed io sbattermene bellamente è quasi pari a tre seghe concentrate in una. D’altro canto, ci sarà un motivo per il quale le hanno qualificate come “comandate”, no?

E siccome io non rispondo più a questi comandi, il 31 dicembre faccio esattamente le stesse cose che faccio ogni santo giorno. Ormai sono così entrato nella routine che a mezzanotte smadonno ignaro del perché la gente faccia tanto casino con i botti. Posseggo capacità di autoconvincimento un tantino sviluppate, lo ammetto.

Cosa si festeggia esattamente? Si paga il quadruplo per entrare in un locale affollato come durante il Sottocosto della COOP. Si vedono parenti ed amici che nel migliore dei casi evitiamo di incontrare tutto l’anno. Si rischia di morire per mano di un minorenne con un fottuto bengala. Si mangia come se non ci fosse un domani. Ed infine la cosa peggiore di tutte: si indossano mutande rosse.

Mi sono documentato, e la festa nasce per celebrare il dio bifronte Giano. Era il dio degli inizi e della fine. Ma soprattutto quello che riusciva a guardarti fuori e dentro. In seguito, noi occidentali abbiamo avuto Freud che lo ha liberato dall’imcombenza. Per cui, tecnicamente, oggi è la festa della Psicoanalisi; e a giudicare dagli status nei social network, ce ne bisogno da vendere.

Vorrei darvi i miei auguri di buon anno, sperando che non dobbiate mai più festeggiarlo. Che di rotture di palle già la vita ne riserva tante. Perché aggiungerne un’altra.

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Famiglia famelica

La famiglia è una cosa bellissima se te ne crei una tu. Quella che subisci dalla nascita è tutta una questione di culo, diciamocelo. Può andarti da dio, o può andarti di merda. Non esistono vie di mezzo, perché ti entra nel sangue, sei costretto a conviverci per larga parte della tua vita, perché ti ci riconoscerai sempre. Noi siamo la nostra famiglia di origine, ed è un dato incontestabile.

Se ti va da dio, non hai bisogno di spiegazioni o di riflessioni. Tutto fila liscio. Anche i litigi si assorbono in tarallucci e vino. I genitori sono in cima che guidano con il loro esempio ed insegnamento. I figli, accoliti di una scientology stile caminetto e griglia, ascoltano, seguono e ripeteranno a loro volta alla loro prole. Una circolo virtuoso di amore, rose, fiori e pace nel mondo. Roba da far impallidire la più zelante delle Miss.

Se ti va di merda, sono cazzi, in termini rigorosamente scientifici. Non ne verrai mai a capo, non ti libererai mai dei sensi di colpa che t’instillano sapientemente i tuoi cari. E di “cari” si parla, perché ti fanno pagare a caro prezzo ogni minimo afflato di vitalità. I conflitti sulla fetta biscottata diventano le rivolte dei forni. Le gelosie diventano romanzi di Tolstoj. Le vendette degne di Shakespeare, ma decisamente più squallide.

E se nasci in Italia – ancor di più al Sud – c’è un fattore incrementale. Il belpaese ha una sorta di feticismo per la famiglia. Qui nasce la Mafia, la Famiglia per eccellenza, e non è un caso. Se vivi in una famiglia idilliaca, ti sentirai parte sana della società. Se sei contro la tua famiglia, sei uno strano, un reietto e di base un possibile genocida mangiatore di bambini.

A me non è andata bene. Io faccio parte del secondo caso.

Mia madre, mio padre e mio fratello ed io assieme eravamo una bomba molotov di merda e piscio. Immagine disgustosa, che vi fa assumere la stessa espressione che ho avuto per anni in casa. Ed è ancora peggio se penso che davvero ognuno di noi era speciale ed unico. Purtroppo la convivenza forzata ci ha fottuto. Eravamo anime indipendenti, ribelli e troppo marcatamente individualiste per sopportarci.

Me ne sono reso conto troppo tardi. E da adulti, i giochi sono fatti, non si torna più indietro. Le scelte fatte sono irrevocabili, e non si ha più la voglia ed il tempo di ricostruire i rapporti. Si cerca conforto nella famiglia che verrà, quella che ti creerai tu.

Non dirò MAI di godervi i vostri amati finché li avrete in vita. Le stronzate da “ti accorgi dell’importanza di una persona solo quando la perdi” le lascio ad altri geniacci di vita vissuta. E’ una constatazione ex post così ovvia che il solo considerarla un deterrente offende l’intelligenza di un opossum.

Gli errori vanno fatti. Le notti insonni vanno passate. E il dolore va portato dentro, con dignità. E’ il nostro destino, fatevene una cazzo di ragione.

Con questa chiusa così allegra, vi auguro un felice capodanno.

Con qualsiasi famiglia abbiate o vi siate scelti.

Homo Perculens

Se arrivi a 30 anni e ancora non capisci che ti hanno preso per il culo, Houston abbiamo un problema. Cerchiamo un cervello al povero disgraziato.

Le cazzate che ci hanno propinato dalla nascita sono numerose, ma alcune sono davvero da nobel per l’inganno. L’uomo sapiens si è ormai evoluto in homo perculens, ovvero un sapiens che gode a farsi inculare in sensa metaforico. Ed in alcuni casi anche letterale.

E così, signore e signori, ecco la TOP FIVE delle minchiate sulla vita, con relativa verità.

1. Frequenta una facoltà seria (legge, economia, medicina, ingegneria) così troverai lavoro.

Ci sono più medici che spazzini ormai. Gli avvocati si svendono su Groupon. Gli economisti ormai hanno la stessa credibilità di Claudia Kohl come credente morigerata. Gl’ingegneri sono ingegneri, non devo aggiungere altro. 

2. La carriera è l’unica cosa che conta.

Tutte le persone “in carriera” che conosco sono nell’ordine: dissociati, stressati, nevrastenici, con duplice personalità. Ed io non mi sottraggo alla lista. ll più appagato sogna di aprire una pasticceria, il meno sogna un ciringuito a Ipanema. Altri ancora il suicidio.

3. Il lavoro ti renderà libero di permetterti le tue passioni nel tempo libero.

Tempo libero? Ah ah ah. Bella battuta. Prossimo punto?

4. Mens sana in corpore sano.

Facciamo tutti sport, siamo tutti fit. Ci chiudiamo nelle palestre a scolpire il corpo ma, se saltiamo una sessione di zumba, disconosciamo i nostri genitori e facciamo internare nostra figlia. Mens sana, già.

5. Non importa come sei fuori, troverai una persona che ti accetterà per come sei dentro.

Ma se dentro hai un portafoglio bello gonfio, meglio.

Non fraintendetemi, il sistema occidentale è quanto meno peggio l’uomo sia stato in grado di produrre. Siamo pur sempre esseri umani, non possiamo aspettarci tanto da noi stessi.

Ma ogni tanto fa bene fermarsi e dirsi “Cosa sto facendo? Dove corro?“. Ti aiuta a mettere le cose al loro posto, e a tornare con i piedi a terra. Ricordiamocelo sempre: siamo scimmie presuntuose. Niente più, niente meno.

A Roma serve un manuale di psicopatologia

Non serve una laurea per uscire con i ragazzi. Eccetto che a Roma, dove una laurea in psichiatria fa assai comodo. Lo dico a chi è appena arrivato nell’Urbe: dotatevi del manuale di psicopatologia più aggiornato prima di imbarcarvi in questo manicomio.

Non dovete studiarlo tutto, ma soffermarvi sulla sezione “nevrosi”, farvene un elenco su un pezzo di carta, appenderlo al cesso: finché non le avrete spuntate TUTTE (= aver incontrato qualcuno che ne è affetto) non potete dire di essere un cittadino romano.

A me Raffaele Morelli vuole intestare una Laura ad honoris causam dopo 8 anni di permanenza in questa magnifica città. Che per carità mi ha offerto tantissimo – arte, cultura, buon cibo, amici fidati, lavoro – ma che langue totalmente nel reparto testosterone.

Vorrei dirvi che è una cosa che riguarda solo me, ma constato la stessa eziologia in ogni persona che conosco. I sintomi sono comuni, ma vorrei enuclearvene alcuni cosi da riconoscerli al volo.

– Gente che arriva con 1 ora di ritardo, facendoti credere che sei tu ad aver sbagliato l’ora;

– Gente che appena ti vede ti parla di quanto stia soffrendo per l’ex, che quasi si taglia le vene in diretta, “ma no io? Non ci tornerei mai più insieme”. Poi arriva un whatsapp di lui e blocca anche la metro per rispondere.

– Gente che se li inviti a cena quasi si fa prendere uno shock anafilattico. Purtroppo, parlarsi in faccia farebbe emergere la totale vacuità della sua corteccia cerebrale.

– Gente pompata quanto un gommone di scafisti albanesi – ma di quelli king size – che ti chiede di aprirgli la bottiglietta d’acqua perchè non ci riesce. E te lo chiede con una voce cosi femminile che Moana gli fa una sega.

– Gente che “ho un’impresa familiare”. Ovvero un ferramenta.

– Gente che se gli chiedi che interessi ha nella vita ti può parlare solo di quelli del conto corrente.

– Gente che ti vuole bello, sorridente, perfetto, da sfoggiare con gli amici, ma guai ad esprimere un pensiero un minimo profondo. “Mica siamo etero!”.

– Gente che “fa il manager”. Ed è receptionist in un albergo ad ore.

– Gente che “cerca una storia seria”. Ma si riferiva all’ultimo romanzo di Wilbur Smith.

– Gente che sa benissimo cosa vuole. Ma caso vuole se lo sia dimenticato un secondo prima di incontrare te.

Potrei continuare all’infinito, signori miei. Ma non voglio rubarvi troppo tempo. Mi attendo che ognuno di voi abbia almeno lo stesso numero di casistiche, ed anche di più.

Non dico di non mettervi in gioco. Vi consiglio peró di armarvi di una pazienza da Dalai Lama in letargo in Nepal. Prendete un bel respiro, e dateci sotto. Prima o poi, troverete uno sano, oppure uno la cui patologia si incastra perfettamente con la vostra. Auguri e figli gay!

Chiamateli CURVY, per me sono GRASSI

Sono stanco di questo buonismo estetico che da un pò va di moda. Addirittura adesso si è messo anche il calendario Pirelli ad elogiare la cosiddetta bellezza “curvy”. Vorrei capire cosa vogliono mostrare con questo nuovo trend. Che essere grassi è bello? Ma per favore. E’ come dire che essere tossici è una scelta di life style.

Le persone grasse non sono modelli di vita, perché sono persone che odiano il loro corpo, e lo vorrebbero uccidere ed annichilire. Non si capisce perché dovrebbero ingerire tutta quella merda anzichè cibi salutari. Detto ciò, uno è liberissimo di ingrassare quanto gli pare ma 1. se ha un infarto, muoia in casa senza che lo Stato si faccia carico delle sue scelte sbagliate 2. non li elevate a modelli di vita.

Io spero che questa merda buonista sui grassi finisca, e si torni a modelle e modelli super fit. Davvero siamo ormai al ridicolo del politically correct.

Eppur si muove

Chi sostiene che Renzi non stia facendo nulla probabilmente ha preso acidi mescolati male.

Se c’è una singola cosa per cui non si può accusare il Presidente del Consiglio è l’immobilità. Un minuto sta a Palazzo Chigi, dopo 30 minuti inaugura una fabbrica in Sicilia, a fine giornata è a Milano ad un convegno PD, e la sera è dalla moglie ad aiutare in cucina. Nel frattempo, ha già twittato 200 volte, e risposto ad una sessione di open questions sui forum online.

Se vogliamo invece entrare nel merito di quello che sta facendo, la critica più comune è la mancanza di un disegno organico delle riforme. Eppure esiste un leitmotive: la sperimentazione, la voglia costante di provare a smuovere le acque. In questa ricerca del movimento, e del rimescolare le carte in tavola, possiamo ravvedere la vera politica renziana.

Mi si dirà: si muove tutto, ma non si stabilizza nulla. Potrei esser d’accordo, ma lascerei al tempo decidere quanto siano veramente game-changing le cose che sta facendo. Per ora, lasciamolo lavorare, ha tutta una legislatura davanti per smentirci. E se poi avrà fatto male, ragazzi, non votatelo nel 2018. Semplice.

Quindi, per ora, non fatevi il sangue amaro. Respirate.

Keep calm and godetevi gli 80 euro.

Non ci sono scuse

Non ci sono scuse per le puttanate che si fanno nella vita.

I genitori, i traumi, l’infanzia, gli amici, i compagni di scuola. Tutte puttanate. La vita ce la scegliamo da soli. Si, quando siamo piccoli moccioselli non abbiamo capacità di discernimento. Poi ci facciamo adulti, e accampare ancora scuse se non è patetico è almeno ridicolo.

Ci sono limiti alle cose che possiamo fare? No, non ci sono. Ci sono solo scuse, bellissime storielle che ci raccontiamo costantemente per non fare quello che dobbiamo fare. La mia storia ne è un esempio da manuale, ahimè.

Nato e cresciuto nella periferia napoletana, ho sempre cercato di scappare. Scappare dalla mia famiglia. Scappare dal mio vicinato. Scappare dalla mia scuola. Scappare da me stesso, che è l’unica cosa che sono davvero riuscito a fare.

La fuga è servita. Cazzo se è servita. Mi sono emancipato dallo squallore dove ero nato. Dal grigiore, da quell’atmosfera cupa e umida che era il quartiere “Camaldoli” di Napoli. Immerso nel verde che manco LOST lo era. Anche se la metafora migliore credo sia L’ISOLA DEI FAMOSI.

Ho cercato la fuga e ci ero riuscito. Ma poi sono rimasto fottuto. Alla tenera età di 26 anni hanno diagnosticato un cancro a mia madre. Ero costretto a tornare nel mio peggiore incubo. Per il peggiore dei motivi. Un buon figlio, morigerato, sarebbe sceso ogni weekend dalla propria madre moribonda. Ma io non ho mai aspirato a quel ruolo. E pur di stare lontano dalla mia famiglia, dal mio passato, l’ho lasciata morire così.

Il caso ha voluto che mio padre si ammalasse della stessa malattia di mia madre. E ho lasciato morire anche lui. Stessa indifferenza. Covavo una rabbia che ancora non è sopita. Perché mi hanno fatto nascere in quel buco di culo del mondo? Perché non hanno pensato che avrei sofferto?

Ma soprattutto, perché continuavano a stare nella stessa casa quando si odiavano? Egoismo, egoismo puro. E così li ho ripagati con la stessa moneta. Ma era l’ennesima cazzata che mi ero raccontato. I miei genitori erano umani, troppo umani, per esser perfetti. Hanno fatto errori, come ne commettono tutti. Il mio non accettarlo li ha fatti andar via senza che potessi dir loro quanto li amassi.

Scelte. Solo scelte. E se adesso covo qualche rimpianto è quello di non averli mandati a fare in culo pesantemente entrambi. Non averli presi per le orecchie e costretti a parlarsi per il mio cazzo di bene. Non averli fatti scornare fino a quando tutti gli equivoci fossero stati schiacciati dalla verità.

La verità, questa grande sconosciuta. Era un valore che abbiamo sempre svenduto pur di godere di calma e finta tranquillità. Siamo maestri nell’affossare la merda. La mia famiglia potrebbe gestire le fogne metropolitane di Parigi senza nessun tipo di addestramento.

Scuse. Scuse, e ancora scuse, signori. Tutto questo per dirvi cosa? Per farvi pena? No, ma solo per dirvi che tutta questa monnezza qui me la sono portata addosso per 32 anni solo per giustificare la mia fuga. Magari all’inizio era vero, ma ora non ha più senso. Scappo, ma mi muovo sempre nello stesso posto, come un criceto del cazzo.

Non ci sono più scuse, ma solo scelte. E a 32 anni è venuto il tempo di scegliere di non avere più scuse. La vita è mia, e nessuno può dirmi cosa devo fare. Nè il passato, nè i miei errori, nè la morale.

Consiglio vivamente a tutti di fare altrettanto.

Mass

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