Middlesex – il libro. Recensione

Middlesex” di J.Eugenides non e’ un libro, ma un rito di passaggio con una copertina. Ti rapisce dalla prima pagina, e non ti lascia respirare fino al termine. Ed e’ a quel punto che ti rendi conto di essere cambiato insieme al protagonista. Irreversibilmente.

Il protagonista, appunto. Chi e’? E’ Calliope Stephanides? La genetica ed il DNA? Il caso? La societa’? Nessuno, e tutti questi lo sono allo stesso tempo. Come un’orchestra, ed una melodia che emerge lentamente dal caos primordiale degli spartiti ti avvolge.

E quando pensi di comprendere la storia, si attorciglia su stessa come un baco da seta che va a fuoco. E allora, ricominci daccapo. Per rimetterti in gioco, per tirare i dadi nuovamente. O per lasciarlo fare agli Dei greci.

Non e’ un libro, dicevamo. Ma fortunatamente Eugenides l’ha intrappolato in ruvide pagine di cellulosa e ce l’ha regalato. Qualsiasi cosa sia, non possiamo che ringraziarlo.

Decisamente nella mia top three di tutti i tempi.

Ammaniti e Greer: compagni di fine anno

Cosa regalarmi a Natale è molto semplice: con un libro si va sempre sul sicuro. Il problema è QUALE libro: si potrebbe sbagliare in maniera decisamente grossolana. Ma, in queste DISASTROSE vacanze napoletane, sono stati due libri regalati ad avermi salvato la vita: “Che la festa cominici” di Ammaniti e “La storia di un matrimonio” di Andrew Sean Greer. Entrambi divorati in 7 giorni di passione letteraria come non mi succedeva da tantissimo tempo.

Il libro di Ammaniti – il primo che abbia mai letto dell’autore – ci presenta un’Italia presente-futura in cui un magnate cafone e trash organizza la festa del secolo all’interno di Villa Ada a Roma. Un circo di umanità e disperazione si alterna alla vista del lettore che segue con passione crescente le vicende dello scrittore star Ciba e della setta satanica le Belve di Abbandon. Due mondi così diversi – il primo inserito a pieno nel mondo ed il secondo che cerca di abbatterlo – eppure identici nella furia distruttiva ed egoistica. Un ritratto di Iper-Italia, decisamente credibile e spaventoso, proprio perchè non lontanissimo dalla realtà. Il tutto puntellato da picchi di ironia e dialoghi alla Tarantino niente male.

Altro circo, altra umanità per il libro di Greer. Storia di un matrimonio americano degli anni Cinquanta, storia di una donna che scopre lo squarcio dietro il velo del suo matrimonio perfetto: l’omosessualità di suo marito. Sullo sfondo, le segregazioni razziali, i cambiamenti sociali, il senatore McCharty e la San Francisco pre-rivoluzione sessuale. Si è totalmente immersi nel mondo di Pearlie Cook, la protagonista, con una naturalezza quasi angosciante. Tutti potremmo essere Pearlie: perchè “chi può dire di conoscere davvero chi si ama?”. L’interrogativo si protrae per tutto il libro, fino al suo termine decisamente poco scontato.

Due libri e due autori diametralmente opposti, eppure la consapevolezza estrema della realtà in entrambi gli scritti. Una realtà che va avanti, nonostante i protagonisti storici canonici. Una storia fatta dai piccoli eventi, dai piccoli drammi e  non dai grandi eventi che ne sono la punta dell’iceberg. In fondo, sono due libri di speranza: una società che sa guardarsi così a fondo, è una società che prima o poi troverà la via d’uscita dai suoi incubi.

Almeno si spera.

L’eleganza del riccio (o la tracotanza del ricco)

Una persona molto cara mi ha regalato il best seller di Muriel Barbery, L’eleganza del riccio. E non sapete quanto mi dispiace doverlo stroncare, però quando ci vuole, ci vuole.

Ufficialmente, è la storia di una portinaia che fa finta di essere scema quando invece è una coltissima apprezzatrice dell’arte e di una bambina suicida, troppo intelligente per la sua età – anche lei finge di essere totalmente scema. Entrambe decidono l’anonimato, per non essere disturbate, per rimanere invisibili. Sempre ufficialmente, dovrei dirvi che la portinaia rappresenta EROS, mentre la ragazzina THANATOS. Questo gioco dei ruoli si ribalta drammaticamente solo nel finale (che è l’unica cosa che si salva dell’intero romanzo).

Finita la parte ufficiale, posso darvi la mia analisi reale: il libro è un trastullo pseudointellettuale di una ricca professoressa di filosofia in un’università di provincia francese. L’impianto della trama potrebbe essere credibile, ma è la rappresentazione dei personaggi ad irritare non poco. Digressioni filosofiche, artistiche, morali, e concettuale a iosa; una scrittura pesante quanto un Big Mac con doppia dose di cipolle; un’ironia presente come la scarlattina: a macchie; e soprattutto l’assenza totale di una REALE definizione della psicologia dei personaggi. E’ come se l’autrice parlasse in prima persona, volendoci far credere che sia una portinaia a scrivere solo perchè scrive “Sono una portinaia” – però poi parla come Seneca.

Il voto è pessimo, e si può tranquillamente saltare dalle prime 20 pagine alle ultime 20 senza perdere neanche una virgola di senso. Save your time, guys. Leggete altro.

Artemisia

Non l’ho ancora finito, ma ne sono talmente invaghito che devo scriverne. Il libro è “Artemisia” di Alexandra Lapierre.

Ero in cerca di un bel romanzo da leggere in metropolitana, ne avevo le palle piene di saggi politici e affini. Mi sono imbattuto in questo romanzo – ho letto la trama nella quarta di copertina, ed è stata folgorazione. Ho letto le prime pagine, e quel libro era già mio. La trama è la vita dell’artista ARTEMISIA GENTILESCHI, una vita roccambolesca, avventurosa e trasgressiva. Una donna, una pittrice, un simbolo precoce del femminismo che verrà. Adoro lo stile della Lapierre, così pieno di dettagli storici, di ricostruzioni certosine degli usi, dei costumi. Ed una sorta di passione da entomologo nello scandagliare la psicologia della protagonista.

Un libro che mi fa chiedere il perchè non si studi questa grandissima artista. La risposta è semplice: se la storia è scritta dai vincitori, la storia dell’arte è sempre stata scritta dagli uomini. Ed è un fottuto peccato, perchè questa femmina mi ha fatto rinascere la passione per la pittura. L’avevo dimenticata, relegata nel cassetto delle passioni liceali (insieme al motorino e Dawson’s creek), e questo romanzo me la sta facendo rinascere. Mi sono ricordato perchè mi piacesse tanto – la pittura è sempre stato un lavoro d’artigiani, da persone concrete, rozze, molto fisiche – per niente astratte, snob, di sinistra alla Gad Lerner. La pittura era sangue e fuoco, e non salottini culturali della minchia e comunisti con la erre moscia che decantano la volontà del popolo con il blackberry in tasca.

E così, grazie ad Artemisia, ed al libro de Lapierre mi riscopro adolescente, felice e scanzonato. Poco importa se il libro finirà tra poco (mancano solo 100 pagine),  perchè mi rimarrà lo spirito di un tempo che è andato. Per Artemisia e per me.

La Casta? Non è Letizia, purtroppo

Spinto dalla noia più estrema, ho comprato il tanto amato libro di Gian Antonio Stella, “La Casta” ( anche se ora il trono gliel’ha rubato il libro di San Saviano da Gomorra). Un solo numero: 117, sono le pagine che sono riuscito a leggere prima di cadere in coma neurovegetativo.

Perchè? E’ un testo decisamente noioso, composto da numeri e nomi in salsa giornalistico-moralista. Sa molto più d’inchiesta una puntata di “Forum”, piuttosto che questo libercolo. E’ chiaro perchè abbia avuto successo: è sostanzialmente Novella 2000 con tabelle numeriche in allegato. Ci manca solo il servizio in diretta dalla cucina di Irene Pivetti (“Che cucina onorevole!”), una pubblicità di salvaslip ed un tronista ed il fritto misto è servito.

Se l’intento era di denunciare i politici e gli “scandolosi” privilegi di cui godono, è riuscito a sortire l’esatto opposto: ora io voglio fare il politico. Perchè la cosiddetta “antipolitica” somiglia molto alla volpe che non può raggiungere l’uva: dall’invidia nasce il risentimento e da lì al moralismo il passo è breve. Questo, o forse io non faccio proprio testo*.

Buon dì, miei cari trafficanti!

* basti pensare che, dopo la visione di “Supersize me”, il film denuncia sui fast food, andai a farmi un double cheeseburger.

Senza più sinistra + Decameron

Oggi mi sento molto (in)cul-turale e mi va di parlarvi di un libro e di uno spettacolo che mi hanno colpito molto. Il primo s’intitola “Senza più sinistra” di Mannheimer , il secondo è lo spettacolo teatrale “Decameron” di Luttazzi. Iniziamo dal tedesco.

Mannheimer non ha mai destato in me grande simpatia. Sarà per il cognome da signorina Rottenmheir, o anche per il nome uguale a quello di Brunetta. Poi non apprezzo particolarmente i sondaggisti, perché stanno ai politici come Raffaele Morelli sta a Costanzo. Il sondaggio è il braccio armato (scientificamente) della politica. “Berlusconi ha il 70% dei consensi” e poi scopri che fanno le interviste solo al telefono, escludendo il 30% degl’italiani che non sono presenti nell’elenco telefonico. Penso a mia nonna Carmela: lei non ha telefono, eppure ogni volta che vede Berlusconi in TV inizia ad imprecare stile pescivendola. Fa lo stesso quando vede Brooke di Beautiful – usando peraltro gli stessi improperi che dirige verso Berlusconi. Ma questa è un’altra storia.

Fatta questa premessa, il libro che ho letto (“Senza più sinistra” – edizione Il Sole 24 Ore) ad opera proprio di Manheimer è fatto davvero bene, perché per la maggior parte si basa sull’analisi dei flussi elettorali sulla base di ogni colleggio elettorale. Certo, il sondaggista perde il pelo ma non l’exit poll, che comunque sono presenti nel testo, ma in maniera marginale.

Ci sono diversi spunti interessanti – elenco quelli che più trovo illuminanti:

  1. Veltroni è stato SCONFITTO ampiamente, malgrado lui dica che ci sia stata comunque una rimonta;
  2. Il PD non ha sfondato al centro (nonostante il programma allungato all’acqua santa), ed ha solo rubato voti alla sinistra estrema, giocando sul voto utile;
  3. Il PDL vince grazie alla LEGA, che si becca buona parte di EX UDC, EX AN ed anche EX comunisti;
  4. I voti della sinistra estrema sono andati all’astensionismo, al PDL e alla Lega

Parlava molto di politica (e sesso) lo spettacolo di Luttazzi. Esilaranti alcuni monologhi (di cui non voglio scrivere per non rovinare la sorpresa), ma vi accenno i punti salienti.

  1. Il consenso attuale di Berlusconi lo paragona alla terza fase del sesso anale: quando ormai il buco è aperto e anche se ti fa un male cane ne vuoi di più. L’Italia è l’inculata.
  2. Berlusconi vince perché ha creato un personaggio unico, umano, epico , mentre Veltroni è noioso, snob e troppo uomo qualunque;
  3. L’ultima parte dello spettacolo snocciola a raffica una serie di notizie brevi (inventate) esilaranti; un esempio: VATICANO. Finite le celebrazioni per il funerale di Woytila. OGGI.

Insomma, si ride tanto e di qualità, la sua volgarità è solo un espediente per attirare l’attenzione del pubblico; è un grande. Vi consiglio vivamente di vedere lo spettacolo (anche in DVD).

Felicità ® – il libro

Will Ferguson è uno scrittore emergente canadese; o meglio, prima scriveva libri di viaggio (due palle), e questo è il suo primo romanzo.

La trama è semplice ma sfiziosa: un redattore della casa editrice Panderic scopre un libro di auto-aiuto, che VERAMENTE rende felice chi lo legge. Il libro inizia a diffondersi come un virus in tutto il paese, crolla l’intera economia capitalistica – tutta fondata sulle insoddisfazioni continue dei desideri creati dalla pubblicità (se comprate magazine come PSICHOLOGIES, noterete la più alta concentrazione di pubblicità di creme anti-rughe, ndr).

Il redattore si trova ad essere ricercato da killer assoldati dall’industria del tabacco, dell’alcol, della droga e dei centri di disintossicazione. Insomma, come direbbe un mio caro amico, questa trama fa molto SARAMAGO.

Lo stile è semplice, asciutto, ironico e svelto – forse un impianto un po’ troppo surreale per una scrittura così “classica”. Però il contrasto non è sgradevole.

Ad un certo punto, Ferguson cita un autore: “Nella felicità sono tutti uguali, ma chi soffre lo fa in un modo tutto personale”. Da questo prende spunto il senso del racconto: i nostri problemi (esistenziali o meno) sono il sale ed il nutrimento della nostra vita – anelare a diventare dei cloni rincoglioniti e sereni equivale a perdere la propria umanità.

Ferguson mi trova d’accordo – io sono innamorato dei miei problemi; questo è sano considerando che il mondo non sarà MAI perfetto e quindi tanto vale abituarsi. Anche se – lo ammetto – divorziare ogni tanto dalle proprie paranoie non sarebbe male.

Un libro da leggere.

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