Sono un pizza boy

Sono un ragazzo che consegna le pizze. Lo sono sempre stato, e lo sarò per sempre. Dammi un obiettivo, dammi una scadenza, e io la porto a termine. Punto. Tutto quello che porta dal forno alla casa del cliente, il viaggio, la scoperta, per me hanno sempre avuto un’importanza marginale. Esiste l’obiettivo, e solo l’obiettivo. E finché non lo raggiungo, io non sto tranquillo. Sono fatto così, sono un ragazzo della pizza.

Sono ben consapevole che non esistono solo to-do list, target e achievements. L’esistenza non è tutto un percorso lineare, e a dire il vero, è il percorso stesso la vita. Ma io non riesco proprio a godermela se non c’è una destinazione, un fine ultimo, una sfida da affrontare. Me lo porto da quando sono piccolo, ho sempre avuto mille difficoltà per ogni cosa. E così il mio animo nato mite e meditativo è cresciuto in guerriero e determinato. Mi sono snaturato, e questa forzatura col tempo è divenuta la mia nuova natura.

E mi è andata sempre bene così. Ha funzionato la strategia. Fino ad oggi.

Quando ti rendi conto che la vita è relazione, ti cade tutto il castello di sabbia, lo scooter per consegnare le pizze si rompe, e capisci che da solo non riesci ad arrivare alla meta. Devi chiedere un passaggio, devi chiedere aiuto. Credetemi: io sudo freddo solo a pensarci. Io non do aiuto, né chiedo aiuto. Mi vedo come un automa autosufficiente da sempre. Malgrado abbia sempre saputo di non esserlo, mi sono crogiolato in questo desiderio di onnipotenza.

Ci metterò tempo ad abituarmi a questa nuova vita, serve lottare contro l’Immagine che ti eri creato. E’ difficile, ma in fondo è molto semplice. Tutto sta nello spegnere lo scooter, attaccare le cuffiette e godersi lo spettacolo che ti si propone. Senza giudizi, senza aspettative. Così, come deve essere.

Il paradosso della mantide

La mantide maschio va verso il suo destino senza dubbi. Si fa ammazzare dalla femmina per procreare. Ad un osservatore esterno sembra ineluttabile e terribile quello che gli succede. La sua intera esistenza sarà centrata su questo singolo episodio. Come la nostra lo è da alcuni eventi, che qualcuno ha scritto al nostro posto. L’ineluttabile banalità dell’essere.

Nasciamo, cresciamo, ci innamoriamo, ci accoppiamo, figliamo, invecchiamo, moriamo. Cristosanto (oggi è Pasqua, lo posso nominare non foss’altro per assonanza), quanto siamo prevedibili. Non c’è il minimo spazio per la fantasia, per lo svago, per l’indeterminatezza. Tutto è già scritto, siamo tutti diretti tra le braccia della mantide che ci decapiterà.

Eppure, è paradossale: siamo programmati perché la specie sopravviva a noi stessi. Un macabro rituale di morte che serve a preservare la vita. Senza soluzione di continuità. Da sempre. E quando qualche povero pazzo cerca di deviare dal percorso viene additato come un reietto, un outcast, un fuorilegge. Una volta gl’intellettuali erano l’anello debole che spezzava la catena di ipocrisie e ricorsi storici. Ma sono tutti morti, e quelli rimasti si fanno i selfie su twitter. Non è un grande momento per chi canta fuori dal coro.

Eppure se c’è una cosa che insegnerei a mio figlio è proprio di non ascoltare i miei insegnamenti. Di trovarsi da solo i propri principi, i propri modi di vivere, la propria morale. Perché non apparteniamo a nessuno se non a noi stessi, nonostante quello che vogliono indurci a credere. Fai quello, non fare questo, attento che ti fai male, ti sporchi. Sono i maggiori deterrenti alla creatività, alla creazione, alla vita.

Davanti alla mantide esiste una scelta. Girare i tacchi e farle una pernacchia.

Che vada a farsi fottere.

Non vivo, ricarico

Si chiamano smartphone, perché sono così intelligenti da averci incastrati tutti. Noi PENSIAMO di servircene, ma sono a loro a servirsi di noi. Posso ormai definire la mia vita come una dolce pausa tra le tacchette della batteria e la ricerca della prossima spina della corrente. A volte mi vedete in giro per posti pubblici, soprattutto stazioni e aeroporti, con l’occhio fisso nel vuoto. Sembro un tossico alla ricerca della droga, o un mendicante capitato lì per caso. Ma non illudetevi: avrei decisamente più dignità se fosse così. Sono lì a chiedermi: ma possibile non ci sia una cazzo di presa? Possibile che a nessuno si scarichi il cellulare? Possibile che non abbiamo già inventato un caricabatterie che vada a sangue umano?

In quei momenti terribili, in cui la tua vita social ti passa davanti, non ci sono esseri umani. Ci sono solo potenziali erogatori di bioelettricità (che poi sarebbe interessante fare una start-up per creare una presa da infilare in qualsiasi orifizio umano). Torniamo all’inizio del post: le macchine sono state invitate per aiutarci nella vita di ogni giorno. Ma siccome ci permettono cose che da soli non saremmo mai capaci di fare, finiamo per diventarne schiavi a tutti gli effetti. Considerate che mentre scrivo questo post, il mio iPhone si sta scaricando, il mio Galaxy sta per andare in sciopero digitale, ed i miei tue tablet stanno protestando con Landini a Piazza del Popolo.

Non possiamo più staccarci da questi aggeggi digitali, è davvero impossibile. L’altro giorno pensavo a come sarebbe una giornata senza cellulare. Poi ho sorriso come quando leggevo 1984 di Orwell a 15 anni: UTOPIA. Ne sono così dipendente che non me ne stacco manco per andare al bagno. A proposito, sapevate che se siete ridotti come me, siete malati? Ora lo sapete, andate a controllare sullo smartphone. E parliamoci chiaro. La mia pazzia non è ancora al suo picco. Fra un pò esce l’Apple watch, ed allora saranno problemi seri. Perché me ne servirà uno per ogni dispositivo mobile, a rischio di sembrare una zingara.

L’altro giorno ero ad un nuovo centro commerciale, e c’era in offerta un tablet di cui non avevo assolutamente bisogno: doveva essere mio. Ho sostanzialmente sbattuto per l’aria una vecchietta rompiballe (ma che ci faceva lì d’altro canto? Kukident non è mica un’app), e ho raggiunto l’oggetto del desiderio. Appena l’ho preso, ho sentito i canti gregoriani in sottofondo, era una sensazione che manco Indiana Jones davanti ad un antico reliquiario faraonico. Per non parlare dei pali presi in faccia per guardare l’ultima notifica di twitter. Ormai non c’è sosta, un flusso ininterrotto di tag, post, stelline, likes, cuoricini. Sembriamo tutti preda di un abbecedario da dementi.

Ogni tanto penso: basta, parto e mollo tutto. Vado su google, e cerco posti lontanissimi. Sogno ad occhi aperti. Ma prima di comprare il viaggio controllo se hanno il wi-fi.

Virtualia

Da adolescente, scrissi una poesia. Riecheggia una risata satanica nella mia testa. Io? Una poesia? Comico, eppure vero. Non ricordo le parole, ma ricordo il titolo, “Virtualia”, e ricordo il senso, l’impossibilità di vivere una vita vera. Nello stesso periodo, studiai i Poeti Metafisici, il cui capostipite, John Donne, scriveva “Violentami perché io possa esser vergine”. Il significato era sempre lo stesso (non che mi elevassi a poeta britannico del Seicento, benché ricorrenti allucinazioni sul mio potenziale sconfinato mi spingessero a farlo).

Quando vivevo in casa con i miei, ero protetto da una bolla di sapone. Tutto andava per il verso giusto. Io ero l’adolescente perfetto, in una famiglia imperfetta. Il resto del mondo andava a pezzi, ma io studiavo, prendevo buoni voti, facevo sport, non rompevo le palle, e sognavo una vita in cui non sarei stato più un peso per i miei. L’ho voluto, ottenuto (rapidamente), e ho ben presto dimenticato lo sforzo per ottenerlo.

All’epoca il mio problema era di evitare la vita. Cercavo di scansarla in tutti i modi. Era un ostacolo alle mie mire espansionistiche da Risiko esistenzialista. Poi la vita è venuta a bussare alla mia porta. E mi ha presentato una cartella esattoriale che Equitalia se le sogna. Anni ed anni di debito accumulato si sono abbattuti su di me in quel fatidico 2012. Con tanto di interessi. In pochi mesi persi entrambi i miei genitori. Cancro. E con loro, morì anche l’adolescente perfetto.

Da quell’annus horribilis, le cose in me sono cambiate radicalmente. Se quell’esperienza mi ha insegnato qualcosa, posso riassumerla in pochissime parole: non perder tempo. Credo fosse Seneca a raccontare l’umanità in un paradosso: desideriamo come immortali, temiamo come mortali. Non esiste confine alle nostre elucubrazioni, pensiamo di avere un tempo infinito davanti, per poi rimanere con un pugno di mosche davanti alle rive dello Stige (oggi sono in vena di citazioni colte, troppa peperonata ieri sera).

Non c’è tempo, cazzo. Non c’è tempo per accontentare gli altri o permettersi il lusso di costruire un’immagine accettabile. Non c’è tempo per darsi obiettivi a lungo termine. Non c’è tempo per credere che prima o poi lascerà la moglie e starà con voi. Non c’è tempo per cambiare il vostro partner. Perché se contate le ore in cui siete svegli, a stento avete davanti 10 anni di vita se avete la mia età. E non ci sono scuse per non vivere a pieno la propria esistenza.

Se siete malati, ammaletevi di gusto. Se avete fame, mangiate come se non ci fosse domani. Se volete far sesso, organizzate un’orgia. Se amate il vostro lavoro, buttatevi a capofitto. Se amate vostra moglie, amatela senza se e senza me. Se volete far sport, scorticatevi le ginocchia cadendo nel praticarlo. Se volete un figlio, inseminate mezzo mondo. Se volete ballare, fatelo dappertutto. Se volete cantare, fatelo a squarciagola (soprattutto se siete stonati).

Non abbiamo tempo. Nessuno ce l’ha. Nessuno.

Iniziate a vivere, percristo!

L’amore rende fessi

Quando due persone si mettono assieme, dovrebbero firmare un’assicurazione che preservi la dignità di cada parte contraente a dispetto di qualsiasi azione futura del proprio partner.

Ho appena appreso una notizia davvero scioccante.

Un amico, persona serissima e con un certo senso del pudore, anni fa si mise con un ragazzo timido e molto molto bello. Devo ammettere che lo esponeva come trofeo di caccia, vantandosi di aver accalappiato l’unico maschio bono e discreto del mercato.

Il caso, o l’ironia, hanno voluto che dopo anni Facebook mi abbia suggerito l’amicizia con questo timidone. Vado per spulciare il profilo e tra gli ultimi post trovo un video: “Europee 2014. Esperienza fantastica”. Ingenuamente, penso alle elezioni. ERRORE. Era un concorso di bellezza.

Direte: niente di male. Ma io già controbatto. Se ti prendi uno discreto l’ultima cosa che ti aspetti è che sfili in mutandine aderenti rosa, con olio pure nelle pieghe del culo che manco un tonno Riomare. Peraltro, nel video lo intervistano pure. Miss Alabama Teen ha dichiarato cose ben più significative di questo ignavo.

Contatto il mio amico e gli chiedo come l’avesse presa. Ma lui non ha compreso la domanda, si è dichiarato molto orgoglioso dei risultati raggiunti (“Mister Belle Gambe“) e che non sta a lui giudicare il “percorso di carriera” che il suo compagno ha scelto.

Rettifico quanto sopra.

Quando due persone diventano amiche, dovrebbero firmare un contratto che sciolga in automatico tale rapporto qualora sovvenga demenza senile precoce ad uno dei contraenti.

Pacco d’anno

Da anni, mi sono chiamato fuori da diversi obblighi familiari. Tra quelli che amo di più ignorare c’è il celebrare le feste comandate. La goduria di vedere tutti in affanno per preparasi a questi eventi ed io sbattermene bellamente è quasi pari a tre seghe concentrate in una. D’altro canto, ci sarà un motivo per il quale le hanno qualificate come “comandate”, no?

E siccome io non rispondo più a questi comandi, il 31 dicembre faccio esattamente le stesse cose che faccio ogni santo giorno. Ormai sono così entrato nella routine che a mezzanotte smadonno ignaro del perché la gente faccia tanto casino con i botti. Posseggo capacità di autoconvincimento un tantino sviluppate, lo ammetto.

Cosa si festeggia esattamente? Si paga il quadruplo per entrare in un locale affollato come durante il Sottocosto della COOP. Si vedono parenti ed amici che nel migliore dei casi evitiamo di incontrare tutto l’anno. Si rischia di morire per mano di un minorenne con un fottuto bengala. Si mangia come se non ci fosse un domani. Ed infine la cosa peggiore di tutte: si indossano mutande rosse.

Mi sono documentato, e la festa nasce per celebrare il dio bifronte Giano. Era il dio degli inizi e della fine. Ma soprattutto quello che riusciva a guardarti fuori e dentro. In seguito, noi occidentali abbiamo avuto Freud che lo ha liberato dall’imcombenza. Per cui, tecnicamente, oggi è la festa della Psicoanalisi; e a giudicare dagli status nei social network, ce ne bisogno da vendere.

Vorrei darvi i miei auguri di buon anno, sperando che non dobbiate mai più festeggiarlo. Che di rotture di palle già la vita ne riserva tante. Perché aggiungerne un’altra.

Famiglia famelica

La famiglia è una cosa bellissima se te ne crei una tu. Quella che subisci dalla nascita è tutta una questione di culo, diciamocelo. Può andarti da dio, o può andarti di merda. Non esistono vie di mezzo, perché ti entra nel sangue, sei costretto a conviverci per larga parte della tua vita, perché ti ci riconoscerai sempre. Noi siamo la nostra famiglia di origine, ed è un dato incontestabile.

Se ti va da dio, non hai bisogno di spiegazioni o di riflessioni. Tutto fila liscio. Anche i litigi si assorbono in tarallucci e vino. I genitori sono in cima che guidano con il loro esempio ed insegnamento. I figli, accoliti di una scientology stile caminetto e griglia, ascoltano, seguono e ripeteranno a loro volta alla loro prole. Una circolo virtuoso di amore, rose, fiori e pace nel mondo. Roba da far impallidire la più zelante delle Miss.

Se ti va di merda, sono cazzi, in termini rigorosamente scientifici. Non ne verrai mai a capo, non ti libererai mai dei sensi di colpa che t’instillano sapientemente i tuoi cari. E di “cari” si parla, perché ti fanno pagare a caro prezzo ogni minimo afflato di vitalità. I conflitti sulla fetta biscottata diventano le rivolte dei forni. Le gelosie diventano romanzi di Tolstoj. Le vendette degne di Shakespeare, ma decisamente più squallide.

E se nasci in Italia – ancor di più al Sud – c’è un fattore incrementale. Il belpaese ha una sorta di feticismo per la famiglia. Qui nasce la Mafia, la Famiglia per eccellenza, e non è un caso. Se vivi in una famiglia idilliaca, ti sentirai parte sana della società. Se sei contro la tua famiglia, sei uno strano, un reietto e di base un possibile genocida mangiatore di bambini.

A me non è andata bene. Io faccio parte del secondo caso.

Mia madre, mio padre e mio fratello ed io assieme eravamo una bomba molotov di merda e piscio. Immagine disgustosa, che vi fa assumere la stessa espressione che ho avuto per anni in casa. Ed è ancora peggio se penso che davvero ognuno di noi era speciale ed unico. Purtroppo la convivenza forzata ci ha fottuto. Eravamo anime indipendenti, ribelli e troppo marcatamente individualiste per sopportarci.

Me ne sono reso conto troppo tardi. E da adulti, i giochi sono fatti, non si torna più indietro. Le scelte fatte sono irrevocabili, e non si ha più la voglia ed il tempo di ricostruire i rapporti. Si cerca conforto nella famiglia che verrà, quella che ti creerai tu.

Non dirò MAI di godervi i vostri amati finché li avrete in vita. Le stronzate da “ti accorgi dell’importanza di una persona solo quando la perdi” le lascio ad altri geniacci di vita vissuta. E’ una constatazione ex post così ovvia che il solo considerarla un deterrente offende l’intelligenza di un opossum.

Gli errori vanno fatti. Le notti insonni vanno passate. E il dolore va portato dentro, con dignità. E’ il nostro destino, fatevene una cazzo di ragione.

Con questa chiusa così allegra, vi auguro un felice capodanno.

Con qualsiasi famiglia abbiate o vi siate scelti.

A Roma serve un manuale di psicopatologia

Non serve una laurea per uscire con i ragazzi. Eccetto che a Roma, dove una laurea in psichiatria fa assai comodo. Lo dico a chi è appena arrivato nell’Urbe: dotatevi del manuale di psicopatologia più aggiornato prima di imbarcarvi in questo manicomio.

Non dovete studiarlo tutto, ma soffermarvi sulla sezione “nevrosi”, farvene un elenco su un pezzo di carta, appenderlo al cesso: finché non le avrete spuntate TUTTE (= aver incontrato qualcuno che ne è affetto) non potete dire di essere un cittadino romano.

A me Raffaele Morelli vuole intestare una Laura ad honoris causam dopo 8 anni di permanenza in questa magnifica città. Che per carità mi ha offerto tantissimo – arte, cultura, buon cibo, amici fidati, lavoro – ma che langue totalmente nel reparto testosterone.

Vorrei dirvi che è una cosa che riguarda solo me, ma constato la stessa eziologia in ogni persona che conosco. I sintomi sono comuni, ma vorrei enuclearvene alcuni cosi da riconoscerli al volo.

– Gente che arriva con 1 ora di ritardo, facendoti credere che sei tu ad aver sbagliato l’ora;

– Gente che appena ti vede ti parla di quanto stia soffrendo per l’ex, che quasi si taglia le vene in diretta, “ma no io? Non ci tornerei mai più insieme”. Poi arriva un whatsapp di lui e blocca anche la metro per rispondere.

– Gente che se li inviti a cena quasi si fa prendere uno shock anafilattico. Purtroppo, parlarsi in faccia farebbe emergere la totale vacuità della sua corteccia cerebrale.

– Gente pompata quanto un gommone di scafisti albanesi – ma di quelli king size – che ti chiede di aprirgli la bottiglietta d’acqua perchè non ci riesce. E te lo chiede con una voce cosi femminile che Moana gli fa una sega.

– Gente che “ho un’impresa familiare”. Ovvero un ferramenta.

– Gente che se gli chiedi che interessi ha nella vita ti può parlare solo di quelli del conto corrente.

– Gente che ti vuole bello, sorridente, perfetto, da sfoggiare con gli amici, ma guai ad esprimere un pensiero un minimo profondo. “Mica siamo etero!”.

– Gente che “fa il manager”. Ed è receptionist in un albergo ad ore.

– Gente che “cerca una storia seria”. Ma si riferiva all’ultimo romanzo di Wilbur Smith.

– Gente che sa benissimo cosa vuole. Ma caso vuole se lo sia dimenticato un secondo prima di incontrare te.

Potrei continuare all’infinito, signori miei. Ma non voglio rubarvi troppo tempo. Mi attendo che ognuno di voi abbia almeno lo stesso numero di casistiche, ed anche di più.

Non dico di non mettervi in gioco. Vi consiglio peró di armarvi di una pazienza da Dalai Lama in letargo in Nepal. Prendete un bel respiro, e dateci sotto. Prima o poi, troverete uno sano, oppure uno la cui patologia si incastra perfettamente con la vostra. Auguri e figli gay!

La vita è un talk

La mia vita è legata ai Presidenti del Consiglio. L’adolescenza? La ricordo come “gli anni dei governi tecnici di sinistra”. L’università? “Gli anni di Berlusconi”. L’entrata nel mondo del lavoro? “Gli anni di Berlusconi #2, con uno spruzzo di Prodi”. I trent’anni li ricorderò come “gli anni di Renzi” (e dall’aria che tira, pure i quaranta). Tutto ciò denota un cervello decisamente degenerato, ed un senso delle cose sballato quanto quello di un tossico di LSD.

Ma la politica ha sempre fatto parte del mio bagaglio culturale, e pop. Mentre mia nonna intavolava veri e propri discorsi con Brooke Logan, e mio padre insultava Vespa e Berlusconi, io assimilavo un messaggio molto chiaro, un sillogismo molto molto sottile, ma micidiale. Si può parlare con la TV. La TV è la vita. La vita è Politica. Parla con i Politici in Tv.

Si sono susseguite così tante ossessioni, ma nessuna ha superato in longevità la mia totale dipendenza da talk show politici. Non scherzo quando vi dico che al funerale dei miei, fatalmente capitati entrambi di martedì, andavo di corsa per non perdere la puntata di Ballarò. Esistono delle priorità nella vita, e la mia prima era Floris.

Certo, il sesso anche ha giocato una parte primaria, ma non ho mai separato le due cose. Non ho mai scopato con un comunista, o con un grillino. E se l’ho fatto, era perché ero tanto ubbriaco da non chiedergli il partito di voto prima di toccarlo. Una volta, ho persino scopato mentre c’era l’intervista di Renzi da Vespa. Sono multitasking.

La verità è che non esiste niente di più figo della politica in Italia. Shakespeare ha ambientato molte delle sue opere in Italia non a caso. Qui tutto è spettacolo, spesso, trash, di una iper-realtà paradossale. In altre parole, un casino inenarrabile.

Un giorno forse mi farò una famiglia, avrò un marito, dei figli, un cane, un gatto ed il pesce rosso. Ma succeda quel che succeda, niente mai potrà darmi gioia come la sigla di Porta a Porta.

Amen.

La chiave di lettura

Mi sono sempre chiesto come io abbia potuto resistere tanti anni a Roma. E la risposta era sotto i miei occhi. Mi è stata suggerita da una persona conosciuta qualche giorno fa, che ancora ringrazio.

“A Roma non c’è amore, perché è solo un splendida tomba”.

Non ci avevo mai pensato, ma non ho potuto confutare questa tesi. Da quando sono qui, non ho conosciuto una sola persona in grado di amare. O comunque, se le ho conosciute, non hanno amato me. Il che, sulla legge dei grandi numeri, equivale a dire: opzione A. Non mi faccio amare B. Non riescono ad amare. Posto che l’opzione A è totalmente verosimile, direi che la seconda, non foss’altro per probabilità statistica, è la più veritiera. 

La domanda a questo punto è una soltanto: come mai ho resistito se non c’è amore? La risposta è altrettanto semplice: io non lo cerco questo benedetto “amore”. O quantomeno, non lo cerco in quel packaging medio-borghese che tutti comprano a scatola chiusa. La favoletta dell’american dream disneyano non mi appartiene. Non sopporto nessun tipo di dipendenza, figuriamoci quella da un’altra persona.

Che tipo di relazione voglio? Quella in cui ci si accompagna a vicenda, in un abbraccio quotidiano. Dove non ci sono progetti, dove ci si sceglie ogni giorno, senza alcun obbligo contrattuale o spirituale, se non l’onestà. 

Parliamoci chiaro: a Roma non si trovano mica persone così. Qui, se dici una cosa del genere, fanno i salti di gioia, perché sono tutti ossessionati da queste coppie aperte. Io sono e resterò sempre monogamo. Rimanere individui indipendentii non significa che ognuno si faccia gli affari propri. Significa una scelta consapevole, un compromesso meraviglioso che ti accompagna tutta la vita.

Roma quantomeno mi ha aiutato a tenere alla larga i dolce-stilnovisti, gli amanti dell’amore piccolo borghese. Per quello ho resistito così tanto. Eppure, devo ammettere che sono molto stanco di questa città. Ma non faccio nulla davvero per andare via. 

Forse devo godermi un’altro pò di morte, prima di ricominciare a vivere.

ps ringrazio Davide per le bellissime riflessioni che mi ha donato in questi giorni.

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