A cena con i cinesi

In questi giorni di festa si notava affluenza fuori norma alle bancarelle. Tanta gente che si accalcava per accaparrarsi l’ultimo capo sintetico cinese come mosche attorno ad un gustoso pezzo di merda. Interessante vedere come tali persone guardassero attentamente ogni articolo, lo esaminassero a fondo, e facessero persino domande sul come non rovinarlo durante il lavaggio. I critici della Guida Micheline sono meno cacapalle con i ristoratori.

Stanco della solita spiegazione (“è la crisi!!”), ravvedo in questo atteggiamento una profonda schizofrenia sociale o, nella migliore delle ipotesi, miopia collettiva. Perché gli avventori di questi commerci sono gli stessi a lamentarsi della presunta invasione di immigrati, a disprezzare imprese italiane che delocalizzano in Cina, contro cui organizzano scioperi per il posto di lavoro perso. Ipocrisia e contraddizione. Emblematica è la figura fatta di recente dall’alfiere di questa italietta, Salvini, che indossava una felpa non made in Italy.

Si comprendono la disperazione di chi non arriva a fine mese e lo sdegno di chi pensa che i prodotti di marca siano irragionevolmente cari. Si ammette molto meno chi non agisce coerentemente, chi predica bene e razzola male. Se odi la Cina, compra SOLO made in Italy – altrimenti stai zitto e approfitta anche tu della globalizzazione.

A Capodanno, a Shangai sono morti 35 cinesi perché qualcuno buttava soldi da un terrazzo. Soldi che poi si sono rivelati falsi. A Capodanno, a Roma ho visto gente rischiare la vita per una sciarpa a 0,99 euro.

Sicuri che, oltre alle aziende, non stiamo delocalizzando la dignità?

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