Julie&Julia – la recensione

La domenica passata rinunciai a vedere un film, solo perchè dovevo fare un’uscita galante.

MAI PIU’ RINUNCERO’ ALLA MIA PASSIONE PER UN PEZZO DI CARNE.

Spinto da questa grande illuminazione, sono andato a vedere un film che di carne parlava davvero. L’ultima commedia di Nora Ephron tratta interamente della cuoca americana Julia Child e di Julie, una sua fan che ha avuto successo dedicandole un blog.

Bisogna dirlo: la pellicola è soprattuto dedicata alla passione smisurata per la vita e la cucina.

Due aspetti che s’intrecciano, esattamente come le storie delle due protagoniste. Che vivono vite parallele in tempi diversi (Julia negli anni 60, Julie nel 2002), ma con un’intensità ed una tensione identica. E’ Julia ad essere tremendamente moderna o è Julie a vivere una fiaba vintage? La verità non c’interessa, perchè gl’ingredienti per il successo di questo film ci sono tutti: un montaggio delicato come una creme brulèe, una Meryl Streep spumeggiante come la panna montata e una Amy Adams dolcemente pazza come la mayonese.

Sono 90 minuti durante i quali vi s’ingrasserà il cuore dalle risate e dalla tenerezza. E per una volta, alla merda il colesterolo.

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L’uomo che fissa le capre. E fissa anche noi.

Un George Clooney follemente simpatico, un grande Ewan McGregor in sua balia e le capre sono i protagonisti de “L’uomo che fissa le capre”. La prima psicosatira politica della storia del cinema.

Una divertente parodia della politica estera degli Stati Uniti dell’ultima decade, dove “Psico-spie” dell’esercito agiscono senza motivo e senza armi contro dei nemici e obiettivi che neanche loro conoscono. “Se sapessimo dove andare davvero, non avrebbero chiamato una psico-spia”.

Le psico-spie hanno fantomatici poteri, tra cui annullare le nuvole e uccidere le capre solo fissandole. Queste ultime sono onnipresenti vittime dei loro esperimenti, esattamente come lo era il popolo americano attraverso l’indottrinamento mediatico nell’era Bush.

A splendere nella pellicola, le interpretazioni, gli sguardi di Clooney e McGregor, i loro dialoghi pazzeschi, surreali e del tutto sconclusionati, ma soprattutto la vacuita’ delle parole della politica quando le si mettono su copione. E allora, la grandiosa macchina da guerra si rivela solo un’Armata Brancaleone contemporanea, senza arte ne’ parte.

Mentre le capre subiscono passivamente, fino alla loro liberazione – attenzione: non si liberano da sole, ma grazie ad una psicospia fatta di acidi. Ed e’ qui’ l’amara verita’: loro sono e sempre saranno solo delle capre, totalmente incapaci di affrancarsi dal potere dei politici.

Un film da vedere per ridere ma anche per riflettere e riflettersi.

District 9 – la recInsione

Ammetto di non apprezzare particolarmente il genere Sci-Fi. Sara’ che da piccolo mio fratello mi costringeva a maratone notturne della serie tv Visitors (un cult degli anni 80, dove alieni con fattezze rettili mangiavano topi a colazione). Oppure perché già abbastanza cazzi abbiamo con gli umani: non amo aggiungerei altra carne extraterrestre al fuoco. Eppure mi sono lasciato convincere a vedere District 9; una leva fondamentale e’ stato il produttore Peter Jackson, il cui lavoro ho apprezzato particolarmente nella trilogia de Il signore degli anelli.

Devo dire che non mi ha deluso neanche stavolta.

La trama capovolge il concetto tipico del genere, ed improvvisamente gli alieni divengono le vittime degli umani, relegati in un ghetto (il District 9), e discriminati. Ogni riferimento a xenofobie e razzismi NON e’ puramente casuale. E lo spettatore e’ spiazzato sin dall’inizio, perché non sa da che parte stare: umani o orribili gamberoni mangia carcasse animali? Come fanno a far pena delle simili creature tanto diverse da noi? Ed ecco il trucco narrativo: il capo della missione per la riallocazione degli alieni viene avvelenato da un liquido che lo trasforma lentamente in uno di loro. Ed allora l’empatia, solo allora, inizia a farsi strada nello spettatore. Si inizia ad odiare gli umani e a patteggiare per gli alieni.

E’ un manifesto colossale contro la vera alienazione: quella umana dalla sua stessa umanità. Dalla violenza con cui ognuno di noi si abbatte contro chi e’ diverso dalla maggioranza. Dai metodi antiumani utilizzati contro le minoranze. Ed e’ un manifesto per niente ottimistico: gli alieni saranno costretti a lasciare il pianeta per ritrovare la loro pace. Non c’e’ spazio per il lieto fine, ma solo per una grande amarezza di fondo.

Da vedere. Esclusi i leghisti, sennò prendono ispirazione per le politiche sull’immigrazione.

Eccome se funziona! – Recensione dell’ultimo film di Allen

Woody Allen e’ tornato! E per farlo, ha chiamato in aiuto Pirandello, Schopenhauer, Leopardi, Hollywood, Einstein e il Jazz. In un tripudio di cultura, non-sense, banalita’, happy ending, risate e autoreferenzialita’, Allen prende in giro se stesso, o l’immagine che gli altri hanno di lui, attraverso una commedia deliziosa e sarcastica al punto giusto.

Lo stesso protagonista pare la versione incupita e cinica del regista. E’ un uomo che difende strenuamente la teoria del caso come unico motore della vita, ma la cui esistenza paradossalmente si risolve nella prevedibilita’ più disarmante. Un dramma per chi invece si vede come l’ultimo dei pessimisti co(s)mici di Manhattan.

L’abbattimento della quinta scenica, con un protagonista che parla direttamente agli spettatori, non e’ una trovata nuova al cinema. Pero’ Allen la rende funzionale alla folle lucidita’ del protagonista, consapevole che siamo tutti attori dell’enorme commedia che e’ la vita.

Di fatti, lo scontro tra cittadini e campagnoli, tra religione ed ateismo e tra l’universo variegato di dualismi della societa’ sono il pretesto per parlare dell’unico grande trucco per godersela: afferrare l’attimo. Tutto e’ lecito, tutto e’ felicita’: basta che funzioni. E non importa quanto ci si sia sempre arroccati in posizioni sociali, culturali o addirittura sessuali; panta rei – e tanto vale farlo con il sorriso.

Dopo Vicky Cristina Barcelona, credevamo di averti perso ed invece ci hai sorpreso tutti.

Bentornato Woody, bentornata Commedia!

Bastardo con tanta Gloria – La recensione

Ieri ho visto in anteprima l’ultimo lavoro di Quentin Tarantino, Bastardi Senza Gloria, in uscita in Italia il prossimo 2 ottobre. Senza mezzi termini: è un CAPOLAVORO.

Sono riprese tutte le tematiche care al regista (la vendetta, i b-movies, la divisione in capitoli, i sottotitoli, l’ironia, i metadialoghi, le colonne sonore distoniche rispetto alle scene…), ma con una marcia in più. E’ un Tarantino che parla di Tarantino e di cinema e di storia con uno spessore ed una maturità incredibilmente accresciuta rispetto ai film precedenti. La versione originale è multilingue: italiano, inglese, americano, tedesco e francese, e la trama entra a far parte delle migliori “what-if” stories di tutti i tempi.

Gli attori (tutti, nessuno escluso) sono perfetti, naturali nelle loro parti, decisamente credibili e mai stonati. La fotografia è nitida, molto evocativa e non ci sono mai “rotture” tra una scena e l’altra – sembra si scorra un annuario colorato di Life versione splatter. Senza mai e poi mai cadere nel posticcio e nel ridicolo.

Un enorme BRAVO a Tarantino – che ogni volta sa come non deluderci.

Consiglio vivamente a tutti di andarlo a vedere. Sono due ore assolutamente godibili.

Il Grande Sogno o Sonno?

Chiunque abbia messo in testa a Placido che sia un regista va incarcerato subito.

Sono andato con le migliori intenzioni (“dobbiamo valorizzare il cinema italiano”), ma mi sono pentito dopo i primi 10 minuti. Il Grande Sogno è una poltiglia storico-politica in salsa sentimental-popolare che solo Medusa (ovvero, il Premier) poteva produrre.

Non è un caso che le scene di violenza e di dolore provocate dai ragazzi del 68 abbondino, ed il messaggio che ne esce è chiarissimo: quello e’ stato un periodo buio per la nostra nazione, chi lotta si ritrova con un padre morente ed una famiglia spezzata. Guai a contestare l’ordine vigente e lo status quo. Il Grande Sogno di Berlusconi, insomma.

L’unica nota positiva sono scenografia e attori: un Argentero sempre più convincente e una Trinca davvero intensa (unica italiana premiata a Venezia) hanno salvato il film dalla noia più tracotantemente moralista. Stendiamo un lenzuolo pietoso sull’interpretazione di Scamarcio, ottimo alter ego del pessimo regista.

A Placido consigliamo placidamente di andare in pensione. E se l’intenzione era quella di fare un film storico, gli è solo uscita la versione cinematografica de Il Medico in Famiglia: Il Comunista in Famiglia. Oppure, semplicemente un Tre metri sopra il cielo con vestiti d’epoca.

Soldi e ore buttate: se volevo propaganda, restavo a casa a vedere il Tg4. Perchè alla fine del film, l’unico Grande Sogno che hai è non averlo mai visto.

P.s. Brunetta dice che il cinema non va finanziato, perché non è cultura? Non si preoccupi: a finanziare tette, culi e propaganda fascista ci sta già il suo datore di lavoro. Che ultimamente è sempre più impegnato nel rafforzamento del suo pensiero unico. Vedi il recentissimo caso Ballarò.

Videocracy, Basta Apparire – la recensione

videocracy
Impressionante. Deprimente. Angosciante.

Il docu-film di Erik Gandini ha tutte le caratteristiche di un film alla Michael Moore, ma dai toni decisamente più europei. La voce narrante ci accompagna alla scoperta della Repubblica Videocratica d’Italia con una lucidita’ spiazzante. Vengono intervistati i personaggi che di Berlusconi sono pura emanazione: da Lele Mora a Fabrizio Corona.

Esistono due traits d’union a questo dipanarsi di eventi: la storia di Riccardo, un ragazzo del nord est che vuole sfondare nel mondo della TV, e il simbolismo satanico/pidduista; il secondo e’ molto più celato del primo, ma ad un occhio attento non sfuggiranno continui riferimenti all’argomento (la sequenza iniziale ne e’ la riprova più evidente).

Quello che maggiormente sconvolge sono le parole dei “berluscones”, le loro dichiarazioni candidamente malvagie e i loro atteggiamenti genuinamente psicotici. Tra le scene più inquietanti, cito quella in cui Lele Mora mostra orgogliosamente a Gandini la sua passione per il Duce (“Berlusconi e’ una brava persona, anche se non e’ come Benito”…anche se!), facendogli ascoltare gli inni fascisti che ha memorizzato nel cellulare.

La chiave del film e’ racchiusa nelle parole del regista del Grande Fratello. Nella TV commerciale, Berlusconi ha sempre riflesso la sua “poetica” del mondo, ovvero, luci, ricchezza, donne procaci, musica. Cio’ che emerge e’ un’Italia totalmente assoggettata al modello di vita del Presidente: noi viviamo la SUA Italia, nel SUO studio televisivo, e siamo solo SUE comparse, che sperano un giorno di passare alla ribalta.

Basta apparire, quindi. Ma il sottotitolo del film nasconde anche la soluzione? Saggio gioco di parole.

Un film che andrebbe mostrato nelle scuole e nei luoghi pubblici. Dovrebbe creare un risveglio di coscienza popolare. Si esce incazzati, delusi e disillusi, perchè appena fuori al cinema, guardi i palazzi attorno e dalle finestre di tutte le case esce la spettrale luce del televisore. E capisci che fino a quando ne rimarremo ipnotizzati, il Berlusconismo non avrà fine.

E’  triste pensare che all’estero ci vedranno per quello che siamo veramente: tutte Veline mancate.

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