Eccome se funziona! – Recensione dell’ultimo film di Allen

Woody Allen e’ tornato! E per farlo, ha chiamato in aiuto Pirandello, Schopenhauer, Leopardi, Hollywood, Einstein e il Jazz. In un tripudio di cultura, non-sense, banalita’, happy ending, risate e autoreferenzialita’, Allen prende in giro se stesso, o l’immagine che gli altri hanno di lui, attraverso una commedia deliziosa e sarcastica al punto giusto.

Lo stesso protagonista pare la versione incupita e cinica del regista. E’ un uomo che difende strenuamente la teoria del caso come unico motore della vita, ma la cui esistenza paradossalmente si risolve nella prevedibilita’ più disarmante. Un dramma per chi invece si vede come l’ultimo dei pessimisti co(s)mici di Manhattan.

L’abbattimento della quinta scenica, con un protagonista che parla direttamente agli spettatori, non e’ una trovata nuova al cinema. Pero’ Allen la rende funzionale alla folle lucidita’ del protagonista, consapevole che siamo tutti attori dell’enorme commedia che e’ la vita.

Di fatti, lo scontro tra cittadini e campagnoli, tra religione ed ateismo e tra l’universo variegato di dualismi della societa’ sono il pretesto per parlare dell’unico grande trucco per godersela: afferrare l’attimo. Tutto e’ lecito, tutto e’ felicita’: basta che funzioni. E non importa quanto ci si sia sempre arroccati in posizioni sociali, culturali o addirittura sessuali; panta rei – e tanto vale farlo con il sorriso.

Dopo Vicky Cristina Barcelona, credevamo di averti perso ed invece ci hai sorpreso tutti.

Bentornato Woody, bentornata Commedia!

Bastardo con tanta Gloria – La recensione

Ieri ho visto in anteprima l’ultimo lavoro di Quentin Tarantino, Bastardi Senza Gloria, in uscita in Italia il prossimo 2 ottobre. Senza mezzi termini: è un CAPOLAVORO.

Sono riprese tutte le tematiche care al regista (la vendetta, i b-movies, la divisione in capitoli, i sottotitoli, l’ironia, i metadialoghi, le colonne sonore distoniche rispetto alle scene…), ma con una marcia in più. E’ un Tarantino che parla di Tarantino e di cinema e di storia con uno spessore ed una maturità incredibilmente accresciuta rispetto ai film precedenti. La versione originale è multilingue: italiano, inglese, americano, tedesco e francese, e la trama entra a far parte delle migliori “what-if” stories di tutti i tempi.

Gli attori (tutti, nessuno escluso) sono perfetti, naturali nelle loro parti, decisamente credibili e mai stonati. La fotografia è nitida, molto evocativa e non ci sono mai “rotture” tra una scena e l’altra – sembra si scorra un annuario colorato di Life versione splatter. Senza mai e poi mai cadere nel posticcio e nel ridicolo.

Un enorme BRAVO a Tarantino – che ogni volta sa come non deluderci.

Consiglio vivamente a tutti di andarlo a vedere. Sono due ore assolutamente godibili.

Il Grande Sogno o Sonno?

Chiunque abbia messo in testa a Placido che sia un regista va incarcerato subito.

Sono andato con le migliori intenzioni (“dobbiamo valorizzare il cinema italiano”), ma mi sono pentito dopo i primi 10 minuti. Il Grande Sogno è una poltiglia storico-politica in salsa sentimental-popolare che solo Medusa (ovvero, il Premier) poteva produrre.

Non è un caso che le scene di violenza e di dolore provocate dai ragazzi del 68 abbondino, ed il messaggio che ne esce è chiarissimo: quello e’ stato un periodo buio per la nostra nazione, chi lotta si ritrova con un padre morente ed una famiglia spezzata. Guai a contestare l’ordine vigente e lo status quo. Il Grande Sogno di Berlusconi, insomma.

L’unica nota positiva sono scenografia e attori: un Argentero sempre più convincente e una Trinca davvero intensa (unica italiana premiata a Venezia) hanno salvato il film dalla noia più tracotantemente moralista. Stendiamo un lenzuolo pietoso sull’interpretazione di Scamarcio, ottimo alter ego del pessimo regista.

A Placido consigliamo placidamente di andare in pensione. E se l’intenzione era quella di fare un film storico, gli è solo uscita la versione cinematografica de Il Medico in Famiglia: Il Comunista in Famiglia. Oppure, semplicemente un Tre metri sopra il cielo con vestiti d’epoca.

Soldi e ore buttate: se volevo propaganda, restavo a casa a vedere il Tg4. Perchè alla fine del film, l’unico Grande Sogno che hai è non averlo mai visto.

P.s. Brunetta dice che il cinema non va finanziato, perché non è cultura? Non si preoccupi: a finanziare tette, culi e propaganda fascista ci sta già il suo datore di lavoro. Che ultimamente è sempre più impegnato nel rafforzamento del suo pensiero unico. Vedi il recentissimo caso Ballarò.

Videocracy, Basta Apparire – la recensione

videocracy
Impressionante. Deprimente. Angosciante.

Il docu-film di Erik Gandini ha tutte le caratteristiche di un film alla Michael Moore, ma dai toni decisamente più europei. La voce narrante ci accompagna alla scoperta della Repubblica Videocratica d’Italia con una lucidita’ spiazzante. Vengono intervistati i personaggi che di Berlusconi sono pura emanazione: da Lele Mora a Fabrizio Corona.

Esistono due traits d’union a questo dipanarsi di eventi: la storia di Riccardo, un ragazzo del nord est che vuole sfondare nel mondo della TV, e il simbolismo satanico/pidduista; il secondo e’ molto più celato del primo, ma ad un occhio attento non sfuggiranno continui riferimenti all’argomento (la sequenza iniziale ne e’ la riprova più evidente).

Quello che maggiormente sconvolge sono le parole dei “berluscones”, le loro dichiarazioni candidamente malvagie e i loro atteggiamenti genuinamente psicotici. Tra le scene più inquietanti, cito quella in cui Lele Mora mostra orgogliosamente a Gandini la sua passione per il Duce (“Berlusconi e’ una brava persona, anche se non e’ come Benito”…anche se!), facendogli ascoltare gli inni fascisti che ha memorizzato nel cellulare.

La chiave del film e’ racchiusa nelle parole del regista del Grande Fratello. Nella TV commerciale, Berlusconi ha sempre riflesso la sua “poetica” del mondo, ovvero, luci, ricchezza, donne procaci, musica. Cio’ che emerge e’ un’Italia totalmente assoggettata al modello di vita del Presidente: noi viviamo la SUA Italia, nel SUO studio televisivo, e siamo solo SUE comparse, che sperano un giorno di passare alla ribalta.

Basta apparire, quindi. Ma il sottotitolo del film nasconde anche la soluzione? Saggio gioco di parole.

Un film che andrebbe mostrato nelle scuole e nei luoghi pubblici. Dovrebbe creare un risveglio di coscienza popolare. Si esce incazzati, delusi e disillusi, perchè appena fuori al cinema, guardi i palazzi attorno e dalle finestre di tutte le case esce la spettrale luce del televisore. E capisci che fino a quando ne rimarremo ipnotizzati, il Berlusconismo non avrà fine.

E’  triste pensare che all’estero ci vedranno per quello che siamo veramente: tutte Veline mancate.

Louis Michel – recensione del film

Cosa accade se Chuck Palahniuk sposa Almodovar nella regione francese della Picardia? Succede questo meraviglioso trattato decadente post-comunista in celluloide! E allora la sigla dell’Internazionale comunista puo’ tranquillamente accompagnare transessuali rivoluzionari (un’operaia ex galeotto ed un sicario ex ballerina) in un viaggio verso l’assassinio del “Padrone”, un pazzo finanziere senza scrupoli che ha chiuso una fabbrica con l’inganno.

 

Colpi di scena, una fotografia grigia e cupa come i personaggi, degli attori immensamente abili e una sceneggiatura da Oscar dello humor noir (si scherza anche sui malati terminali di cancro) fanno il resto, rendendo questo film un vero e proprio capolavoro francese. Andate a vederlo, sans doute.

Diverso da chi – recensione

Sono andato al cinema spinto dagli attori: e chi resiste al trio Gerini, Argentero, Nigro? A parte l’estetica da Fattoria (2 bei manzi più una bella puledra), sono degli attori perfetti per le commedie degli equivoci e romantiche. Un genere che era sparito in Italia, a parte qualche sprazzo di Verdonità ogni tanto.

Lo definirei senza mezza termini “la commedia della crisi” – una crisi di tre tipi: della politica, della coppia e della stampa.

La politica di questa piccola cittadina del Nord-Est è dipinta in maniera grottesca, c’è una destra rappresentata da un populista che non fa altro che costruire “Muri anti-spacciatori” e commuoversi davanti ai bimbi in asilo, ed un centro sinistra (Unione democratica, alludendo ai colori del PD) che non fa altro che pensare ai sondaggi ed è divisa tra le due anime progressiste (Luca Argentero è il candidato a sindaco gay) e l’anima clericale (rappresentata dalla centrista Gerini, candidata a vice-sindaco).

Esilarante la scena della discussione sul programma – lui presenta un volume dal titolo “Una città delle differenze” e lei un altro dal titolo “Una città per le famiglie”. Alla fine la sintesi la fa un funzionario di partito: “basta rilegare i due volumi – tanto chi se li legge ‘sti mattoni di 300 pagine”.

Crisi della coppia, perchè parla di un triangolo amoroso inconsueto – due omosessuali ed una donna etero che diventa amante di uno dei due. L’effetto Povia aleggiava nell’aria – eppure non è  successo, perchè il finale ha un tocco surreale che strizza l’occhio alle nuove realtà di famiglia e di coppia di fatto.

Crisi della stampa, perchè fatta di rapaci, stupidi, facilmente veicolabili dalla politica e dagl’istinti primordiali della gente. Una stampa che non indaga, ma che s’infogna nel lercio del quotidiano per un titolo da prima pagina. Se il ritratto della politica è impietoso, la stampa non ne esce di certo meglio.

Una commedia divertente (alcune gag sono davvero irresistibili!) che non rinuncia a comunicare al pubblico un’idea di società che non deve essere.

Un film con un senso, che non fa senso. Da vedere per passare 90 minuti in allegria.

Gran Torino – Grande Clint!

Ieri sono andato a vedere l’ultimo film di Clint Eastwood, “Gran Torino”.

Premessa: sapendo della mappazza matton-andante, ho preferito che l’ala pop della comitiva si dirottasse verso “La Matassa” di Ficarra e Picone; per cui, sono entrato in sala con l’anima in pace di vedermi 120 minuti di pesantezza celluloidale, senza imporla a nessuno (se non al mio amore, che come sempre mi segue, povera stella).

Senza mezzi termini: il film è un capolavoro, totalmente stile Eastwood 2.0 .

E’ una non-storia, perchè il personaggio rimane sempre lo stesso: un egoista incallito. Il regista saggiamente lascia intendere che ci sia un twist narrativo quando lui inizia ad parlare con gli odiati vicini cinesi fino a difenderli contro i bulli locali. Ma solo la fine rivela il vero senso dell'”agire verso” del protagonista: puro e semplice egoismo.

Il motore dell’intero impianto narrativo è il senso di colpa – non a caso la presenza (e la critica) alla Chiesa Cattolica è onnipresente con sfaccettature credibili e mai caricaturali – come si sarebbe tentati di fare data la natura ridicola dell’istituzione religiosa. La “Gran Torino”, la tanto amata auto conservata gelosamente in garage, diventa il simbolo di un’americanità lasciata in cantina, perfetta e dorata, ma che ormai si lascia violare dagli stranieri e della contaminazione. Alla fine, verrà donata al ragazzino cinese – quasi un riferimento al fatto che il debito pubblico americano sia per metà in mano ai cinesi.

Clint Eastwood attore strizza l’occhio al Clint Eastwood regista quando utilizza tipiche inquadrature da film western, ambientato in una tipica suburb americana, in declino, povera, decadente, quasi come una città fantasma dei film di Morricone.

Splendido, metaforico, storico ed emblematico. Un film da leccarsi le palpebre.

I love shopping – recensione

C’erano tutti i presupposti perchè questo film mi piacesse: MODA, NEW YORK, CARTE DI CREDITO, CONSUMISMO, COLONNA SONORA DI MACY GRAY. Ho costretto il mio amore a venire con me, ieri mattina alle 8.30 avevo già acquistato i biglietti su internet e ho a usato l’arma del ricatto: “Non vorrai mica farmi buttare i soldi?”. Mi sono ridotto al più bieco dei comportamenti pur di vedere questa pellicola. Per cui, capirete bene le mie aspettative a che livelli stessero.

Premesso ciò, la trama del film la potete leggere dovunque nel web, io vi propino la mia critica acidil-salicinica.

Trama: assolutamente sciapa, inutile, insensata, banale e terribilmente noiosa.

Dialoghi: li definirei piuttosto monosillabi sparsi a caso

Vestiti (l’unico motivo per cui uno va a vederlo): pacchiani, grotteschi, da provincialotti del Midwest.

Colonna sonora: si sentiva a malapena – se solo avessero alzato un pò il volume!

Attori: decisamente divertente l’attrice, Isla Fischer, l’unica a far ridere con le sue gag alla Bridget Jones; il resto del cast totalmente insulso.

Insomma, alla fine dei 90 minuti di pellicola, rileggi la locandina e dici: You love shopping? Ma ‘sti gran c….!

Su “Il curioso caso di Benjamin Button”

Non vi dirò la fine del film – perchè voglio che TUTTI lo vadano a vedere. Ma vi dirò come sono finito io dopo i 180 minuti di pellicola:  trattenevo a difficoltà i singhiozzi di pianto (e ci sono riuscito solo per evitare una figura di merda colossale nel bel mezzo di una sala gremita di 500 persone).

Non vi dirò neanche che è il più bel film MAI prodotto, e neanche che ha superato di gran lunga “Roma Città Aperta” nella classifica dei film che mi hanno cambiato la vita. E non mi azzerderò manco a dirvi che è un film sulla morte, per la morte, con la morte che dovrebbero vedere tutti i fanatici della vita a tutti i costi e a tutti i tubi.

E passerete sopra il mio cadavere prima che vi dica che – sì, è vero che l’impianto narrativo somiglia a Forrest Gump (un diverso a cui capitano una serie di avventure straordinarie) – ma che va decisamente oltre in quanto a poesia, verità, universalità e generosità di significati.

Manco vi racconterò della bravura di Brad Pitt, dell’eleganza di Cate Blanchette e della maestria del regista Fincher – che da Fight Club in poi non ha mai toppato.

E no, non vi dirò neanche che, se il film non vincesse l’Oscar come miglior film, tanto varebbe eliminare gli Accademy Awards. Perchè sarei esagerato, non credete?

Insomma, andatelo a vedere: io non vi ho detto niente.

“Il dubbio” – recensione

Nonostante l’ira funesta di chi non voleva accompagnarmi (“due palle, il solito film di preti pefofili”), siamo andati a vedere “Il dubbio” – con Meryl Streep.  C’ho messo tutta la buona volontà per farmelo piacere. Ma non spenderò tante parole e vi dico:

“Il dubbio” mi ha dato una certezza: è un film che fa cagare.

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