Garrone, Ciprì e Monti

Potremmo parlare di “Dittico del Sud”.

Usciti in contemporanea, i film “Reality” di Garrone e “E’ stato il figlio” di Ciprì, ci raccontano un meridione iper-realista e apocalittico. Fotografie tra il caravaggesco ed instagram, attori presi dalla prigione, o prigioneri presi dal teatro, musiche senza tempo che danno il tempo alla pellicola. E poi, il protagonista assoluto: il SUD. Umanamente, sociologicamente, antropologicamente, archetipicamente SUD.

Garrone tratta Napoli come Gabriel Garcia Marquez tratta Macondo in Cent’anni di Solitudine: una dimensione parallela dove i tratti dell’umanità si delineano e si scolpiscono nelle parole, negli sguardi, nei gesti. Tutti ci ritroviamo in essi, eppure ce ne sentiamo distanti, una distanza rassicurante, ma illusoria. Al contrario, Ciprì plasma Palermo ad immagine e somiglianza dei suoi abitanti, che antropomorfizzano il tessuto urbano, con macchine bruciate, sangue di bambini uccisi dalla mafia e spazzatura.

Il motore di entrambe le storie è comune: la miseria. Entrambi i protagonisti ne sono vittime, e ne vogliono uscire. Le scorciatoie che il destino metterà loro a disposizione sono trappole generate da un determinismo sociale di sapore prettamente verghiano. Ma qui i Malavoglia non subiscono sventure, ne sono artefici e complici. L’accento più si fa comico tanto più risulta tragico.

Questi due film ridanno lustro al cinema italiano, come ai tempi del neorealismo. Un paese che ha vissuto un ventennio di sogno berlusconiano si risveglia più povero e misero di prima. Così, a svegliarci ci pensano due “ministri tecnici” della cinematografia, Garrone e Ciprì. La loro riforma lacrime e celluloide non fa soffire meno di quella di Mario Monti.

Eppure, dovremmo esserne contenti. Riuscire ancora a soffire, dopo il coma mediatico, è segno di esser ancora capaci di vivere. E forse di rialzarsi.

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Il pranzo di Ferragosto

Il pranzo di Ferragosto: una rivelazione. Sono entrato titubante, perchè avevo letto che le protagoniste erano delle signore anziane. A me fanno senso le persone vecchie, sarà per la loro pelle pendula, non lo so. Ebbene, dopo esattamente 30 secondi dall’inizio, avevo capito che ci sarebbe stato da ridere.

Le attrici (ma sospetto sia la loro opera prima) sono molto spontanee, troppo. Sembra quasi tutto improvvisato. La trama è sostanzialmente nulla, ma le gag di queste indemoniate-con-la-pensione non ti fanno annoiare neanche un secondo.

Oltre all’aspetto comico, c’è ovviamente uno sguardo agrodolce alla tematica dell’abbandono degli anziani durante le ferie estive. Ma tutto con molto garbo, e senza alcuna voglia di commuovere gli spettatori. Per fortuna, perchè a me i vecchi non fanno commuovere, ma solo senso (ribadisco).

Ve lo consiglio per passare 90 minuti in allegria. Era da tanto che non mi facevo tante risate al cinema.

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