Il tuo sorriso è la mia pace

La morte non è niente.
Sono solamente passata dall’altra parte: è come se fossi nascosta nella stanza accanto. Io sono sempre io, tu sei sempre tu. Quello che eravamo prima, l’uno per l’altro, lo siamo ancora…

Chiamami con il nome che mi hai sempre dato, che ti è familiare. Parlami nello stesso modo affettuoso che hai sempre usato. Non cambiare tono di voce, non assumere un’aria solenne o triste.

Continua a ridere di quello che ci faceva ridere, di quelle piccole cose che ci piacevano quando eravamo assieme. Prega, sorridi, pensami!

Il mio nome sia sempre la parola familiare di prima; pronuncialo senza la minima traccia d’ombra o di tristezza. La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto. È la stessa di prima, c’è una continuità che non si spezza.

Perchè dovrei essere fuori dai tuoi pensieri e dalla tua mente solo perchè sono fuori dalla tua vista? Non sono lontana, sono dall’altra parte, proprio dietro l’angolo.

Rassicurati, va tutto bene.
Ritroverai il mio cuore.
Ne ritroverai la tenerezza purificata.

Asciuga le tue lacrime, se mi ami: il tuo sorriso è la mia pace.

(Sant’Agostino)

Mamma ti ameró per sempre. Io sono te, tu sei me. Vivrai per sempre, si andasse a far fottere la morte. Tu sei la mia leonessa guerriera. Nessuno puó ucciderti. Nessuno.

Ti amo. E tornami nei sogni ogni notte che mi rimane in questa terra. Infesta ogni mio pensiero con la tua risata e il tuo calore.

Perchè io sono morto con te, ma tu sei viva con me. Per sempre.

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Finchè tua madre…

Finchè tua madre è viva, puoi eludere la morte. Puoi crogiolarti nell’illusione infantile di non esserne mai toccato. Persino puoi snocciolare pillole di saggezza sul “cosi va la vita”, consigliare di farsene una ragione. Con piena ragione, aggiungo.

Poi tua madre muore (e dio voglia che lo faccia nel sonno, senza dolore), e tutto cambia. Quell’illusione svanisce, e senza saperlo, sei diventato solo uno che aspetta il suo turno. Punto.

Non credere a chi dice che il dolore passerà. Non succederà mai. Cambierà modalità, intensità, ma non la sua forza lacerante. A volte, t’illuderai che sia lontano, ma ci navighi dentro a pieno.

L’unico consiglio valido è di viverti tutto, fino in fondo. Non trattenere il lutto, anzi: assaporalo, respiralo, urlalo se necessario. La vita è ingiusta, tremenda, inesorabile: perchè non insultarla a pieni polmoni? Ne hai pieno diritto.

E alla fine rimarrai sorpreso. Il tuo amore per la vita ne uscirà più forte che mai. Non si odia quello che non si ama. Non si rimane disgustati di un cibo che disprezziamo.

Auguro a tutti voi di non aver mai provato tutto questo. E di provarlo il più tardi possibile. Ma quando succederà, ripensate a questo post. Non siete mai soli nel dolore.

Se banale diventa vitale

Giorni fa pubblicai su facebook questo status: “ci sono giorni in cui ti senti onnipotente. Meno male che finiscono tutti seduti sul wc a ricordarti che non lo sei”. Noi siamo umani, finiti, imperfetti ed impotenti. Il grande tranello della natura è illuderci del contrario. Come darsi motivazione se non elevandosi a semi-divinità terrestri? Se non lo facessimo, anche incosciamente, il mondo non esisterebbe affatto – perchè si regge sulla sindrome del “moto a luogo” di ogni uomo. Che ciecamente avanza verso una meta che neanche conosce.

La religione è sempre stata un TomTom spirituale, in grado di dare agli uomini la propria posizione Gps in qualsiasi momento. Dato un certo percorso (punto A: nascita, punto B: l’aldilà), ti dava le indicazioni stradali per percorrerlo correttamente senza intoppi. E poi la geografia morale è cambiata, ma le mappe della religione non si sono mai aggiornate. L’uomo è perso, sconcertato, in cerca di una bussola nuova.

Venne così l’informatica. Al desiderio di direzione si sopperì con il desiderio di controllo. In un mondo che non (ri)conosco più, almeno posso tenere sott’occhio tutto quello che mi circonda. Si perde la ricerca del qualcos’altro da se stessi, perchè ci si risparmia il rischio della scoperta. Da avventurieri dell’anima, siamo diventati navigatori di internet. Che è una Rete, quindi sia insieme di relazioni, sia una trappola che ci irretisce, appunto.

In questa evoluzione non possiamo riconoscere un meglio o un peggio: l’uomo si adatta a quanto gli si presenta. Lo farà sempre, è la sua unica vera costante. Assieme alla morte, che è la bussola da tenere sempre a mente. Dimenticarla significa subirne la paura. Affrontarla significa darle corda.

Un filosofo diceva di vivere per morire. Non incitava al suicidio, anzi. Era un inno alla vita, al goderne ogni istante, perchè tanto scontato sembra qualcosa, tanto più prezioso diventerà alla sua scomparsa. Parole scontate, retoriche, da sermone copiato ed incollato. Ma se ci pensate, l’unica certezza è la morte: se non sfruttassimo questa conoscenza, potremmo davvero dirci differenti da una pianta?

Scusate il pistolotto, ma non è il periodo migliore della mia vita. Quando vedi tua madre spegnersi lentamente, capisci di non servire a nulla. E certe banalità diventano ancore di salvezza inimmaginabili.

Mamma mia…solo mia

Passare un week end con mia madre e’ sempre un’esperienza fuori dal comune. Ma quest’ultimo e’ stato al limite del sublime. Il leitmotiv e’ stato il suo funerale. Mamma non ha tabu’ di nessun tipo, e a quanto pare, neanche la sua stessa morte la si puo’ annoverare tra le cose di cui non parlare mai.

Ci ha tenuto a specificare che non vuole essere sotterrata, perche’ le fanno schifo i vermi e poi odia quelle foto da tomba che fanno apparire tutti incazzati o “con la cacca trattenuta in panza”. Lei vuole essere cremata e buttata nel mare. E’ Acquario, vuole tornare al suo elemento naturale. Ma qui’ e’ iniziata la diatriba. Io le ho detto che vorrei portarmi sempre le sue ceneri in casa. Lei si e’ incazzata, e allora io le ho pure proposto di dividere le ceneri in parti uguali tra me e mio fratello. Lei voleva tumularmi seduta stante. “Eh gia’, e io so un quarto di bue, un po’ a te e un po’ a frateto. Ma va cac!”.

Ho omesso un dettaglio. Mentre si parlava, eravamo al cimitero a visitare la tomba di mia nonna. E si era creata attorno a noi una piccola folla di pubblico parlante, diviso tra ceneri domestiche si e ceneri domestiche no. Una dolce vecchietta irrompe nel dibattito: “Secondo me, e’ anti-igienico. Io non mi tengo manco un pelo del cane in casa, e mi dovrei tenere un cadavere in polvere nel salotto?”. Le astanti vedove annuivano. Mia mamma e’ stata sempre brava a captare la benevolenza dell’audience. Mano a mano, mi aveva ridotto in minoranza, tanto che alla fine cedo: “OK, ti butto direttamente nel cesso, tanto sempre a mare vai a finire”.

La folla era sconvolta. Pensavo volessero linciarmi, e poi scopro perche’. “Ma si’ scem? Quello si ottura il gabinetto con tutta quella polvere!”. Lo sgomento era di natura detergente, non morale. Come non averci pensato prima! Ormai esausto, ho dichiarato la resa. Mamma soddisfatta mi dice: “sei comm mamma’, si’ tuost comm na preta. Pero’ io so cchiu’ tost ‘e te”. E mi da un bacio in bocca fortissimo.

In quell’esatto istante ho capito di quanto la amo, e di quanto mai nessuna donna o uomo potra’ mai sostituirla. Lei e’ l’amore della mia vita. Solo lei puo’ farmi litigare nel bel mezzo di un cimitero con delle vecchie di paese, solo lei puo’ prendere come lotta politica la location delle sue ceneri, solo lei puo’ farmi ridere anche della sua stessa morte.

Ti adoro, mamma.

La spina nel fianco

Odio le spine della corrente. Le odio profondamente. Ogni sacrosanto giorno ho a che fare con le spine di:

  1. Cellulare
  2. Cuffie bluetooth
  3. Ipod
  4. PC portatile
  5. Rasoio

La sensazione di dover stare sempre e costantemente a ricaricare qualcosa mi manda in bestia. E ci sono così abituato, che dopo una cagata, mi viene naturale cercare una spina per ricaricarmi il culo. Ma non è giusto essere così fottutamente dipendenti da questi aggeggi elettronici! Ogni volta che scendo a Napoli dai miei, manca la corrente. Mia madre mi chiama la “signora Fletcher dell’Enel” – ogni volta che arrivo, muore l’elettricità. Ed in quei momenti di TOTALE ASSENZA DI MODERNITA’, mi rendo conto della mia inutilità; ricaricando tutti miei oggettini tecnocool, io ricarico ogni giorno la mia stessa essenza. Triste ammetterlo, ma è buono che almeno ne abbia consapevolezza. Così, se mi troveranno morto nel bagno con una spina in culo, leggeranno il blog e capiranno.

Amen.

Food Porn

Ragazzi, quanto non sono al passo con i tempi!

Credevo di aver appreso (e per alcuni, anche sperimentato) ogni tipo di feticismo sessuale, ma davvero questo mi mancava. Si chiama FOOD PORN, ed è una pratica giapponese che ora si diffonde anche negli States e presto anche da noi. In realtà, per food porn, si è sempre inteso un cibo molto molto grasso e presentato in maniera scenica e spettacolare. Ma ora si è evoluto in feticismo sessuale: esistono realmente persone che si eccitano guardando un bel piatto di pasta all’amatriciana?

Non sono molto sorpreso, a dire il vero. Quando vivevo con i miei, mia madre mi sgamò a masturbarmi con Quattroruote davanti. Ho sempre avuto un debole per i tubi di scappamento. Lei non fece altro che dirmi: “Ma quello è un numero vecchio”; non fu molto felice. Ma sono certo di una cosa: se mi avesse beccato con un piatto di lasagne davanti, sarebbe stata orgogliosa e mi avrebbe chiesto se volevo più sugo.

Le sublimazioni sessuali sono sane se non sfociano nella dipendenza. Prendete Veltroni, lui sublima con l’inciucio. E, a parte l’aver dato l’Italia a Berlusconi, mica ha fatto danni.

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