Leoni per Agnelli

Ieri sera, in un Warner Village brulicante e bulimico di umanità, ho avuto il piacere di vedere “Leoni per Agnelli”, l’ultimo film di Robert Redford, nella duplice veste di attore e regista. Partiamo dalla trama. Tre storie interlacciate: un professore cerca di convincere un suo alunno promettente a tornare allo studio, una giornalista in crisi che si rifiuta di scrivere l’ulteriore articolo di propaganda sulla politica estera americana e due soldati al fronte che muiono per la patria.

Tre storie di scelte, la prima ancora da prendere, la seconda già presa in passato ma su cui nasce un ripensamento e la terza già presa e di cui se ne pagano le conseguenze. Il backgroud storico – la guerra USA al terrorismo – è solo un espediente per parlare della grande tematica del “limen”, ovvero, del limite, di quei riti di passaggio che caratterizzano la fase di ogni tribù, società, nazione. Redford è avaro nelle inquadrature, non gioca di macchina e non fa sfoggio di una fotografia delle migliori, ma riesce a rendere bene l’idea di una società che s’interroga e che è in fermento proprio perchè soggiacente al periodo storico attuale. Scegli anche quando scegli di non scegliere, sembra suggerire in più fasi il regista. E la Storia con la S maiuscola diventa la storia quotidiana di persone che – loro malgrado – si trovano a vivere in un sincretismo senza soluzione di continuità.

Siamo di fronte ad un capolavoro? Non credo.
Ma di sicuro c’è il tentativo di un americano di parlare dell’america di oggi – senza scadere in patriottismi o michaelmoorismi inutili. Piacevole.

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