Froci col culo degli altri

E’ un’espressione romana. Molto volgare. Che si addice alla volgarità della nostra classe dirigente. Due casi per tutti.

1) Il Governo, nelle vesti del ministro Marons, si fa vanto della “maggiore lotta alla Mafia” di tutti i tempi. Ma la realtà è che non hanno fatto niente per combatterla (anzi!): è solo una questione statistica. L’alacre lavoro dei giudizi prosegue a prescindere dai governi che si susseguono: se rimani più tempo al governo, ovviamente avrai più mafiosi arrestati mentre sei in carica. E mentre Marons incassa consensi elettorali e festeggia bevendo acqua del PO, i giudici vengono minacciati di morte.

2) Marchionne incassa i complimenti di Obama per la fusione Fiat-Chrysler. Forte di questo, sposta parte della produzione da Mirafiori in Serbia; poi non permette il reintegro ai tre operai-sindacalisti di Melfi, ed infine da lezioni di economia accusando l’Italia di non voler cambiare. Un eroe non compreso. Ma Superman non ha mai incassato miliardi di criptonite dai contribuenti per evitare il tracollo. E mentre al profeta Marchionne sfugge che fino a ieri chiedeva l’elemosina, i suoi operai vanno in cassa integrazione. Lui sì che è un maestro del cambiamento.

E a questo punto viene da chiedersi: ma possiamo davvero chiamarli dirigenti questi signori? Se ci atteniamo alla tradizione italiana, assolutamente sì. Da noi i dirigenti, i capitalisti giocano da sempre con il culo degli altri, per mantenerci in metafora. Non è mai esistito un capitalismo serio, basato sul rischio personale. Weber diceva che il capitalismo si sviluppa nelle società protestanti, ed è alieno a quelle cattoliche. Un vero visionario.

Il nostro non è capitalismo: è solo capitolismo. Ovvero, sto al gioco fino a che non capitolo: poi chiedo aiuto alla mamma, ovvero i politici. Ed il triangolo è chiuso. I politici a loro volta non dicono mai di no, perchè dispongono del portafogli dei cittadini senza doverne neanche rispondere. Un circolo vizioso e deprimente.

Un sistema autorefenziale, simile all’aristocrazia plutocratica pre-fascista.

Non meravigliamoci che alla fine gl’italiani cerchino l’Uomo della Provvidenza.

Amen.

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Questione di parrucche

Ero al bar (non quello sotto casa), e c’era pure il mio barbiere. Ad un certo punto, alla TV danno un servizio sui parrucchieri cinesi che stanno aprendo sempre più saloni in italia. Il barbiere sbotta: “Ma che cazzo dice? No ‘o vojo manco sentì”. Dopo di che, il servizio continua con l’intervista ad un’italiana che dice di essere molto soddisfatta del suo “hair-stylist” Wo Hen…il barbiere dà il suo meglio: “Guarda ‘sta zoccola, a pulciara (tirchia, ndr) ma statte zitta, pe risparmià un euro te fai mette er botulino in testa”.

Ero già morto dalle risate inside – il mio spirito capitalista globalizzato gode davanti a chi si spaventa per la concorrenza. Ma la scena migliore doveva ancora arrivare. Mentre il barbiere continuava a pronunciare improperi in romano così stretto che manco Tomas Millian avrebbe capito, è entrata una cinese nel bar. Lui si zittisce subito. Dopo aver preso il caffè, la cinese si accorge del servizio alla TV e dice in romano: “Ma pensa te ‘sti cinesi, io non c’andrei mai da ‘sti pezzenti”. Ed esce, lasciando il barbiere, la barista e me attoniti.

I cinesi sono avanti mille anni luce: non solo si sostituiscono agl’italiani nel lavoro, ma anche nella discriminazione verso se stessi. Ma quando arriva un cinese a sostituire Berlusconi?

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