Couplelizer – l’ennesima dating app per rimanere single

Noi single viviamo tra il sogno di una famiglia felice e milletrecento applicazioni di dating per distarci dal cercarla. E’ una costante guerra a chi ha la foto profilo più cool – il che spesso significa la più taroccata. E quando manco il miracolo dei filtri può aiutarti, eccoti apparire corpi mozzati, capezzoli, gomiti e capelli. Non entri in un app, ma nel frigo di un obitorio.

E siccome le milletrecento di cui sopra non bastavano, pare ne sia uscita una nuova di queste infernali tr-app-ole. Si chiama Couplelizer, e promette di “incentivare all’incontro”. Addirittura con un countdown dopo il quale, se non hai accettato l’invito, vieni eliminato. Non viene uno stress pazzesco, no. Devi stare attaccato all’app costantemente con la paura con l’uomo o la donna della tua vita “scada”. E se lo scopri in ritardo, altro che schedina vincente non giocata.

Siamo sinceri. Queste app hanno tutto il senso del mondo se sei omosessuale. E’ difficile fermare una persona per strada e dichiarare il tuo amore se hai solo una probabilità su dieci che ami gli stessi organi sessuali che ami tu. Ma se sei eterosessuale, per quale motivo dovresti utilizzarle? La mia teoria è semplice: cazzeggio. Sono un soft porno interattivo. Un termometro di like per insicuri. Un simpatico giochino per annoiati.

La vita reale è ormai più lontana della tastiera dello smartphone. Niente esiste se non si pubblica sui social. Ci sta, vi parla uno che posta anche se va con difficoltà al bagno. Eppure, ci sono cose per cui vale la pena chiudere i nostri cellulari per connetterci con chi ci sta attorno. E’ più divertente, efficiente e funziona da millenni.

Provare per credere.

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Digital detox

Il digital detox è un’opzione che non ho mai preso in considerazione. A meno che non si parli di altre stimolazioni digitali, di cui non ho mai avuto esperienza. Ma, prendendo spunto da un recente articolo del Wall Street Journal, non posso che condividere una serie di riflessioni sulle 4 tipologie di drogati di internet proposti dal quotidiano finanziario.

1) Oversharer: coloro che condividono pure se scaricano il gabinetto. Molti direbbero che io appartenga a questa categoria, ma si ingannano. Io condivido solo quello che voglio io, il che è frutto di una rigida campagna marketing di self-branding.

2) Liker: coloro che mettono like a qualsiasi contenuto. E su questa tipologia proporrei due distinzioni fondamentali: A. I like “ti prego scopami”, ovvero quelli messi a bonazze e bonazzi per farsi notare; B. I like “FOMO“, ovvero quelli messi per la paura di essere esclusi da quello che è cool al momento.

3) Refresher: coloro che aggiornano sempre email e social networks alla ricerca dell’ultima novità. Di fatti, cambiano partner e amici spesso. Si masturbano con 10 video diversi aperti. Ed altre amenità da malato di ADHD.

4) Commenter: coloro i quali commentano ogni cosa vedano sul web. Sono le tipiche persone “opinionated“, che hanno opinioni su ogni cosa. Quando non sono informati, pur di intervenire, sparano frasi del tipo: “Ormai non è più come prima”.

La classificazione del WSJ è abbastanza esaustiva. Quello che non viene però messo in evidenza in maniera chiara è che queste persone sono malate anche offline. Il web è solo un mezzo per dare spazio alle proprie nevrosi.

Più che digital detox, parlerei di digital defrost, ovvero scongelamento. Il web ti congela i sentimenti veri, le emozioni della vita reale. Servirebbe un sano distacco per poterne fruire a pieno i vantaggi.

Ma siamo nel campo dell’utopia.

E qui siete solo sul blog di un commenter.

CelluMale

Gli smartphone uccidono.

Lo ha dimostrato una ricerca di un ospedale di Boston. Già anni fa, in America i cellulari rappresentavano il 25% delle cause di incidenti urbani. E pochi mesi fa, a Los Angeles la comunità glbt ha prodotto un video per disincentivare la popolazione a distrarsi con le app di dating online.

Al di là di ogni evidenza scientifica o statistica, che gli smartphone ci facessero male era scontato. Mia nipote di sette anni un giorno mi disse: sembri un handicappato attaccato a quel coso. E per me una constatazione del genere valse più di ogni ricerca (al di là del linguaggio poco politically correct dei bimbi, che apprezzo molto).

I ragazzi per strada non guardano più i culi delle donne, ma le classifiche di calcio. Le donne invece hanno semplicemente sostituito lo specchio con la funzione mirror della fotocamera. Vedo ragazzini in metropolitana comunicare tra di loro via messaggini, ma sono l’uno accanto all’altro.

I miei amici insegnanti mi dicono che ormai i ragazzini imparano a leggere e scrivere molto più lentamente. E le cose peggiorano di anno in anno, perché non sono più abituati a ragionare in maniera analitica, ma solo sintetica, per icone. Rimarremo in pochissimi a saper scrivere a mano nel 2050.

Mi domando se troveranno un app per farti le seghe.

In attesa che questo dubbio atroce venga fugato, vorrei tanto prendere una posizione, ma non ci riesco. E non perché abbia appena fatto sesso e ho problemi di flessibilità di schiena, ma solo perché trovo sia una questione spinosa. Gli smartphone ci hanno migliorato la vita in tanti aspetti. Ormai davvero possiamo dedicare molto più tempo alle cose che ci piacciono, dati gli automatismi che i cellulari ci hanno regalato. Fu questo il motivo per cui, quando arrivò la lavatrice, si parlò di rivoluzione.

Perché non possiamo dire lo stesso degli smartphones?

Vedremo, valuteremo con il tempo chi abbia ragione e chi torto. Ma non credo che torneremo mai più indietro.

APP-lichiamoci un po’!

Nel mondo gay esistono mille app di incontri*, che io genericamente catalogo come “cerca froci”. Se fossimo ancora negli anni trenta, e semmai dovesse tornare un simpatico Hitler (o anche solo Genny A’ Carogn), gli basterebbe scaricarsele per organizzare in due click un bel omo-cidio di massa. E’ un fenomeno nato con l’iPhone ed è stato dilagante. All’inizio c’erano i cosiddetti “battuage”, luoghi pubblici poco frequentati, dove l’omosessuale si recava, dagli anni 40 agli anni 90, per rimorchiare. Il battuage è stato all’omosessualità, come la DC è stata alla Prima Repubblica. Con la crisi del ’92, i soldi in faccia a Craxi, e Cicciolina al Parlamento, crolla tutto.

A dire il vero, è Internet a cambiare tutto.

Prima c’erano le chatroom tematiche sul network IRC, poi arriva C6 di Tin.it ed infine nascono i siti di incontro classici**. Ma il vero boom lo si è avuto negli ultimissimi anni con l’avvento degli smartphone e della geolocalizzazione. Ormai non devi neanche più chiedere in quartiere sei della città, arrivi direttamente a quanti metri sei da me. Ma anche nelle Gay Dating App esistono regole ferree da rispettare – proprio come whatsapp.

Eccone i dieci comandamenti.

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1. Foto profilo. Mettici la faccia, niente corpi mozzati. Maria Antonietta ha fatto una brutta fine.

2. Descrizione Profilo. Scrivi solo se sei attivo o passivo. E’ l’unica cosa che interessa di te. Che hai salvato i rifugiati del Congo nel ’90 interessa solo a tua mamma.

3. Nickname. Evita nomi troppi espliciti (= sei troia), ma non inventare nomi di fantasia (=sei idiota).

4. Regola di ingaggio. Mai scrivere per primi. Sei un disperato. Piuttosto, muori solo.

5. Finalità. Alla domanda “Cosa cerchi?” rispondi SEMPRE: “Quello che viene” (questo include ovviamente letteralmente uno che “viene”, ma non esclude un generico incontro di conoscenza).

6. Anatomia. Alla domanda “Quanto ce l’hai grande?” MAI rispondere: “è normale” o “è bello”. Significa che sei microdotato.

7. Tempo di reazione. Ad ogni domanda rispondi dopo 5-6 minuti. Risposta immediata = disperato, non hai una vita.

8. Registro comunicativo. Evita l’ironia, nessuno la capisce. E comunque, di un cazzo ironico te ne fai poco.

9. Emoticon. NON USARLE. Risparmia bit per chiedere il numero di telefono.

10. Blocco. Mai e poi mai bloccare una persona. Denota mancanza di stile, ma soprattutto dai soddisfazione allo psicopatico che ti molesta. E poi le sue notifiche lasciale nella inbox: sembrerà che ti scrivono in migliaia.

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Rispettate rigorosamente le regole di cui sopra e avrete una serena vita, senza uno straccio di uomo al vostro fianco. Che poi, diciamocelo, è quello che la maggior parte dei gay vuole (nonostante grandi dichiarazioni sul matrimonio e la famiglia).

Peace.

 

*Alcuni esempi: Grindr, Bender, Scruff, Atraf, Growlr, Hornet.

** Alcuni esempi: Gaydar, Gayromeo, Man4Man4sex, Dudesnude, Bearwww

Whatsapp – Regole di sopravvivenza

Finiscono relazioni. Si distruggono amicizie. Cadono come mosche. Tutte a causa di whatsapp. Che avrà reso la messaggistica gratis, ma il prezzo che stiamo pagando è molto caro. Ormai non esistono più le mezze espressioni. Nel mondo di whatsapp esistono delle regole di sopravvivenza ben precise – a cui non bisogna mai derogare, altrimenti si rischia di perdere pure i genitori.

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Ecco un decalogo non ufficiale delle cose da non fare MAI.

1. Se “visualizzi” un messaggio, rispondi SUBITO. La mancata risposta a breve sarà reato inserito nel codice penale;

2. L’opzione “Last Seen” va impostata su “Nobody“. Quasi sempre è meglio non sapere un cazzo dell’altro (e viceversa);

3. Lo status va aggiornato, altrimenti cancellalo. “Ultimo aggiornamento 365 giorni fa” significa che non ti fai il bidè, sei una persona trascurata;

4. Il nick name non deve riportare Nome e Cognome: se lo fai, sei triste, formale, lavori alle Poste, sei impotente;

5. La foto profilo non può essere un braccio, una milza o un paesaggio: nell’epoca dei selfie, non avere una foto di viso significa odiarsi ed esser tendente al suicidio;

6. Non eccedere nell’uso dell’emoticon. Usa solo quelle chiare e nette – troppe faccine significano che sei o spastico o analfabeta;

7. Sempre sull’emoticon. Se vuoi aumentare la tua redemption sociale, usa l’orsetto o il tigrotto. Sono evergreen;

8. Nei gruppi, non includere persone che non si conoscono dal vivo: può scattare la denuncia;

9. Mai avere un numero whatsapp diverso dal numero su cui ricevi chiamate: se lo fai, sei solo una troia;

10. Mai immettersi in una chat da ubbriaco. Scripta manent. E sono bei cetrioli in culo poi.

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Rispetta tutte le regole di cui sopra e non avrai problemi. In caso contrario, dici ADDIO ai tuoi cari, o semplicemente disinstalla Whatsapp.

Peace!

Trony, siamo tutti gran coglioni

Ieri Roma bloccata per l’apertura di un Trony, che offriva prezzi scontati su tutti i prodotti. 2 milioni di fatturato in un solo giorno. Gente che aveva dormito lì pur di accaparrarsi l’ultimo modello ndi gioiellino tecnologico. Vorrei fare alcune riflessioni assolutamente non richieste.

1. Alemanno non c’entra manco in questo evento di ordine pubblico? Non si poteva prevedere il “sacco di San giovanni”? E il nubifragio di una settimana fa? Questo sindaco deve prendersi le sue responsabilità e dimettersi. Altrimenti, un cazzo e tutt’uno. Anche io posso fare il sindaco.

2. Chi sono questi consumatori disposti a tante ore di fila al freddo? Parliamo chiaramente. Sono dei disperati, di due tipi. Quelli che davvero non hanno soldi, e quindi acquistare una LAVATRICE a 100 euro è una tentazione irresistibile. E quelli che invece vedono la parola SCONTO e si fiondano a comprare anche merda fritta.

Domanda: se il negozio avesse venduto cibo, ci sarebbe stata la stessa ressa? Dubito fortemente. Questo la dice lunga sui bisogni degli italiani. D’altronde i dati lo dicono chiaramente: calano i consumi alimentari, ed aumentano quelli tecnologici. Quando finiranno i soldi, ci mangeremo chip e pixel? Col cazzo.

E allora forse questa crisi può essere davvero un’opportunità. Per tornare alla realtà. Alla vita VERA. Solo quando brucia il mazzo, ci si ricorda di averne uno.

Steve Jobs, morto un simbolo. O una speranza?

La sua morte l’ho appresa dal suo iPad. Replicata altre mille volte dalle notifications sul suo iPhone ed il suo iPod. E’ morto un simbolo, come se fossero morte la Coca Cola o la Nutella. Steve Jobs trascendeva il marchio che aveva creato, era molto di più.

Quando in azienda vedevo manager indaffaratissimi che credevano di salvare il mondo, gli dicevo: “calmati, sei solo un impiegato, mica Steve Jobs”. Per me lui e’ stata fonte d’ispirazione continua. Dall’inizio della mia carriera. Ho sempre amato il suo stile sobrio di presentare, la sua voglia (o ossessione) di cambiare e migliorare la vita della gente.

Non m’inganno. Non era un benefattore, era un fottuttissimo genio del male. Ma senza di lui ho come l’impressione che si chiuda definitivamente un ciclo. L’America cede il passo alla Cina da tempo, ed ora perde anche l’ultimo tassello. L’Oriente si riprende le sue rivincite.

Steve sorride di questo. Ne sono certo. Lui, che del simbolo del peccato ne ha fatto la sua missione di vita, sapeva bene che l’unico peccato da non commettere era proprio fermarsi e compiagersi. Morto un Jobs, se ne fara’ un altro.

Ma nessuno rivoluzionera’ la nostra vita come lui. L’ultimo grande genio dei nostri tempi ci ha lasciati orfani della speranza di cui era portatore.

Momento di grande tristezza.

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